LA MOSTRA SINDACALE TRIESTINA 279 sulla diagonale delle basi. Tutto è calcolato: taglio forma colore e luce e spazio. Rosso e verde, un battibecco tonale ch’è un accordo felicissimo. E si veda il colpo di luce sul fìttile in «Fiori e frutta»: e il saporoso senso delle epidermidi globose (magnifico quel carminio) e della tela del tovagliolo. Il Fantoni è sempre l’estroso vivace e forte acquarellista che conosciamo. Ma è mia impressione se questa volta la sintesi, la tessitura dei sapidi tasselli cromatici mi sembra alquanto rilasciata? Finito, invece, addirittura meticoloso Franco Orlando: il quale presenta opere egregie in «Villa Giulia» e in «S. Luigi»; ma mette il suo meglio nella «Figura in rosa», uno sciolto limpido franco ritratto di un equilibrato linearismo e di un fare e un gusto gradevolmente giapponesi. Fra i migliori, certo, Luciano Posar. La sua «Marina» è una delle composizioni ch’egli predilige, dove il reale è volutamente piegato al decorativo. E qui l’assunto riesce appieno e quegli alberetti simmetrici nell’aria azzurrina producono un aereo effetto quattrocentesco. Ma i lavori d’impegno sono i due paesaggi. Due macchie di bosco: l’una a sfondo d’una «Scampagnata», l’altra a cornice d’un gomito di strada su cui si lancia una carrozza a due cavalli. Tutto è mirabilmente risolto: ma la squisita bellezza di questi quadri è data dalla luce prodigiosa che vi circola e vi lievita e vi respira. Non c’è bisogno di presentare Carlo Sbisà. Ogni suo lavoro significa disegno eletto squisito musicale. E’ quello che si deve ripetere per questi due quadri di figura. Ma non sarebbe meglio se quella «Ninfa» e quella «Circe» dalle molli soavi curve fossero disegnate e non dipinte? Fra i nomi più noti abbiamo collocato lo Spacai che lo è per l’arte e l’esperienza. E tuttavia come pittore puro è ancora nuovo per i frequentatori delle nostre mostre. I suoi tre dipinti, che per la maniera adoperata potremmo chiamare intarsi, rammentano le gracili finezze gustosissime d’un Fra Giovanni da Verona, l’intarsiatore principe di Monteoliveto maggiore (vedi «Mattino sul Carso») e insieme il grafìcismo colorito dei giapponesi (vedi le altre pitture e, specie, il «Porto di S. Croce»). L’alfabeto vuol ultima, ma la padronanza del mestiere colloca fra i primi, Maddalena Springer che qui ci dona due delle sue naturemorte migliori. L’una è anzitutto creata per un accordo di tonalità sobrie e aristocratiche insieme: verde trasparente dell’uva sul giallo arancione del cartoccio, conchiuso dallo spesso azzurro del drappo, sfondante sul tendone terra di Siena. Perfetta poi, da consumata geniale colorista, l’altra: quei porri dal bianco polposo del gambo e dalle foglie lustranti, e la secchezza pergamenacea dell’aglio, e le rape brune e rosso mattone e il giallore del limone asprigno creano una sinfonia di toni sobri e di smorzati acuti sul fondo brunastro terroso che sono di una godibilità assai rara. S. Fra i nomi più belli degli espositori nuovi porrei subito quello di Margherita Bembina, una giovane pittrice che s’è affermata con autorità già al suo primo apparire. Qui c’è il ritratto (ch’è un autoritratto, se non c’inganniamo) già esposto a Fiume, accompagnato da un’altra figura di bambina in bianco ch’è una cosa non meno bella della prima. Anzi se in quella c’è più decisivo e applicato impegno e ne risulta un eccellente effetto da affresco