LA MOSTRA SINDACALE TRIESTINA 281 golo di «Cittavecchia» sventrata, dove lo sbreccato delle case si contrappone con la sua rovina alle salde forme e al saldo colore della vecchia chiesa superstite. E sa parlarci allo spirito la malinconia del «Laghetto» del Moro riflessa nelle nere acque crepuscolari. Ma non sono un po’ tetri quei suoi fiori, giallo arancio e giallo limone, tutti mangiati da quei fondi cupi? Primaverile aerea figura è la giovane signora d’un bellissimo controluce di Frida de Reya Giordani. Di solida fattura l’altro ritratto della Glanzmann. Un po’ fiacco, a mio vedere, invece la «Bambina» di Eligio Finazzer Fiori che ha qui ancora un’impressionistica «Funicolare» e una delle sue coloritissime naturemorte. D’impeccabili linee e di lustrante colore il «Violino» di Santo Bidoli: e di squadrato rilievo la «Carnia» del Giordani che pecca assai di valutazione aerea e ancor più per l’effetto cartellonistico dell’insieme. Federico Righi, richiamato alle armi, è questa volta forse un po’ inferiore alla sua fama. Sempre in vena di competizioni con la pittura di punta, si hanno qui echeggiamenti più o meno dichiarati d’un Rosai d’un Morandi e d’un Tornea. Ma ci sono anche vivi lampeggiamenti personali: e la nuda figura muliebre accasciata — ocra aurata su fondo bruno — ne è convincente testimone. Chiudiamo la rapida rassegna con uno dei nostri migliori: Djalma Stultus che dà il suo meglio qui non nella grande composizione a donne nude — più statue rosee che donne vere — e a bimbi sparuti che gettano qua e là gli occhi, sopresi essi per primi di trovarvisi in mezzo; e nemmeno nel paese con la chiesetta sul poggio tondo, che mi sembra un ottimo spunto voluto sciupare; ma nell’altro paese, con branco di case alle radici d’un monte con in primo piano il pedale fronzuto d’un albero. Il taglio del quadro sembra accidentale, ed è sapiente: c’è qui una fetta di mondo solitario, sperso tra il verde e le montagne, che nella forma e nel colore ci attira e ci conquide. 5. Dobbiamo affrettarci con la scultura. Tre opere presenta il Mascherini, e sono tre opere magistrali. La maturità piena dell’artefice si ha già da questa enunciazione. Bisogna dire che non c’è cosa ch’esca dalle sue mani, la quale non porti il sigillo d’una concezione superiore. Dovendo scegliere, per esempio, fra questi tre bronzi, non è facile decidersi o per la donna accosciata dalla robusta armonia modellatrice; o per quella stante, così bilanciata nell’agile torsione del busto e nel gioco degli arti e delle mani e nella deliziosa flessione del collo e nel movimento così elastico e vero; oppure per quella testa in cui realtà e stile, plastica e carattere sanno tanto superbamente unificarsi e coincidere. E se Ugo Cara non ha saputo animare la nuda del «Commiato», cui nuociono difetti di modellato e proporzioni; se la sua figura seduta nel mosso e frastagliato panneggio del lenzuolo in cui s’annicchia, tende al gusto del bronzetto decorativo; perfetta invece d’interpretazione e di stile che rammenta le squisitezze d’una grecità prefidiaca, è la testa della sua «Olivia». Simili ritratti non son molti che riescano a creare in Italia.