316 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO tuttavia di soffocarne la • luce, riesci appieno invece a cancellare dalla nostra storia artistica il nome del secentista friulano. Il suo largo sprezzo per il liscio e il rifinito, la pennellata rapida e furibonda, i soggetti ispidi e ingrati, una certa predilezione per il contorto e il ruvido e l’angoscioso sono tutte cause che hanno fatto arricciare le monde nari dei neogreci e dei neoromani. Antonio Carneo fu messo in soffitta. E non soltanto metaforicamente: ben cento opere fra le più varie e significative di lui sentirono posarsi la polvere di un secolo nei solai e negli androni oscuri di quel palazzo Caiselli che gli aveva offerto in vita largo pane e fama. Nel quasi secolare silenzio sul suo nome lo aveva ricordato, è vero, il Cavalcasene nel 1878, che aveva cercato enumerarne le opere sparse nel Friuli. Ma lo studio del Cavalcasene giace ancora manoscritto nella Civica di Udine. Il ricordo del maestro rimaneva sepolto fra le mura d’un archivio. Chi primo in questo secolo lo dissotterrò fu un erudito tedesco, Theodor von Frimmel, il quale nei «Blatte filr Gemaldekunde» del 1909 ne pubblicò dopo tanto silenzio quattro opere. Altri quadri e disegni riproducono Oswald von Kutschera nel ’17 e Wilhelm Suida nel ’24. Ma avanti il Suida era già venuta la mostra fiorentina del '22, molto opportunamente voluta dall’OJetti, nella quale il Carneo comparve con due quadri, e Giuseppe Fiocco l’aveva preceduta rivendicando il valore del dimenticato friulano nel suo «Bernardo Strozzi» del 1921, seguito da un altro articolo in «Dedalo» nel ’22 e ancora dal più ampio e conclusivo discorso sul Carneo nel volume sulla «Pittura veneziana del Seicento e Settecento» (1929). Trascuro la nutrita bibliografia che sul Carneo si potrebbe spigolare nell’ultimo ventennio. Insomma anche per questo grande maltrattato giustizia è venuta. Ed è venuto questo bello e generoso libro che Benno Geiger (un nobile e penetrante critico che può rivendicare due patrie, quella del sangue tedesco,-e la non meno cara al suo cuore friulana e italiana di consuetudini e di vita) ha dedicato al poderoso secentista del quale offro in una veste tipografica sontuosa, che onora l’artefice degno e insieme l’intelligente editore e la terra friulana, centoventotto magnifiche tavole eliografiche, il grande corpus, si, può dire, di tutta la pittura del maestro. E' un bel libro e non soltanto dal lato bibliografico. Anche se, come diremo più avanti, varie parti del nuovo e suggestivo e tutt’altro che agevole tema, non siano state forse approfondite come qualcuno potrebbe desiderare. Ma parliamo prima dei suoi meriti, reali e generosi. Lo scrittore ch’ebbe, come dicevamo cominciando, la magnifica e del resto meritata fortuna di ridar vita spirituale a un grande dimenticato, seppe conquistarsela subito questa fortuna con uno spinoso ma felice e redditizio scavo di carte antiche e documenti, a Concordia specialmente, dove il Carneo nacque, e fu sepolto, e a Portogruaro dove morì, e poi negli archivi di Udine e di umili chiese sparse nella provincia per stabilire la fisionomia vera dell’artista, il quale oltre la disgrazia dell’incomprensione e dell’abbandono, fu colpito dalla più grave disgrazia d’esere confuso con altri due omonimi Antonio pittori, un ascendente e un discendente, e con il figlio Giacomo che messosi ad arrancar senza fiato dietro le sue poderose orme non riesci ad altro che a ingarbugliare tremendamente le attribuzioni e a far dubitare della consistenza e della forza dell’arte paterna. Il non aver potuto distinguere Antonio da Giacomo fu la càusa essenziale non solo dei gravi errori del vecchio Frimmel, ma anche dei giudizi incerti e ingiusti d’un Kutschera e d’un Suida, i quali pure avevano intuito la grandezza del flriulano. Si potrebbe forse desiderare nell’abbondanza della documentazione qui addotta una maggiore stringatezza sintetica in sede di studio, e la relegazione in nota o in appendice del documento mero: ma sia detto subito a onore del Geiger che la sua laboriosa ricerca è alto merito e necessità fondamentale per la conoscenza e la comprensione dell’artefice, il quale senza questo intricato e penoso lavoro preliminare sarebbe stato irreparabilmente compromesso. Infine il giudizio che del Carneo dà lo scrittore è nella sostanza esatto e acuto. Egli lo inquadra nella vasta cornice della pittura secentista veneziana, e alla scuola della Venezia rinsanguata dal Feti, dal Liss e da Bernardo Strozzi giustamente lo riconduce. A questo punto la filologia tace, non solo ; ma tutti i cronisti e gli storici d’arte locali o non fanno verbo o affermano soltanto non essere Antonio Carneo mai escito dalle terre friulane. Aveva buon gioco lo scrittore di interrogare per una risposta chiara e precisa le opere. Ed è quello ch’egli fa con esperta sicurezza. Concordia e Portogruaro le terre patrie del Carneo gravitano più sulla viciniore capitale Venezia, che sull’eccentrica subordinata Udine. A Venezia certamente lo portano l’istinto e la necessità di giovane che sente i muscoli svegli e capaci di gran-