DAL DIARIO DI UN GARIBALDINO 19 altro il divisamente del giovanotto. Al padrone della tipografìa alcuni giorni prima aveva fatto dire che era ammalato. Procuratosi al Municipio un certificato che lo dichiarava libero da qualsiasi impegno coscrizionale, gli fu rilasciato dal commissario di polizia Belusco un passaporto valevole per tre anni. Da una vecchia zia potè avere un po’ di denaro appena bastante per il viaggio sino a Ravenna. Era giù contento: di là sarebbe andato a Firenze a piedi. Invece il buon tutore all’ultimo momento gli regalò quattro mezzi marenghi: quaranta franchi, quattro luccicanti monete d’oro, mai avute nelle sue mani! Allestito in fretta il suo piccolo bagaglio, preso congedo da parenti e amici, dopo un ultimo bacio alla mamma si imbarca la sera del 3 aprile. Fermo sulla coperta del vapore, finché vide sparire la sua cara Trieste, le mandò un saluto e una lagrima: chi sa se l’avrebbe mai riveduta? Il mare fu burrascoso. All’arrivo nel porto di Ravenna presentò il suo passaporto, poi un omnibus circa in un’ora lo portò attraverso la Pineta in città. Appena fece in tempo a visitare la tomba di Dante e a dare un’occhiata alla città, che dovette ripartire il giorno stesso. A Bologna pernottò in un al-berguccio confacente al suo stato di cassa. Levatosi di buon mattino fa un giro per la città e ripresa la sua valigetta rieccolo in viaggio. A Firenze si trovò disorientato. Allora da buon triestino andò in cerca e chiese all’uno e all’altro della «Piazza Grande»; poiché si sentiva rispondere che di piazze grandi a Firenze ce n’era più d’una, domandò della piazza principale. Infine dopo un lungo girare si trovò sulla Piazza della Signoria. Stava ivi ammirando i palazzi e le opere d’arte, quando gli si avvicinarono due individui chiedendogli se abbisognava d’alloggio; dapprima esitò, ma avendo udito che erano emigranti veneti accettò la loro offerta e in compenso li invitò o mangiare seco un boccone. Il giorno dopo trovò lavoro in una piccola tipografia detta «Nazionale», dove ebbe occasione di scambiare qualche parola con Francesco De Boni, con Giuseppe Dolfi prestinaio e agitatore politico, amico del Generale Garibaldi, con il Padre Gavaazi e altri uomini politici. La sera si trovava a cena con alcuni compatriotti, tra i quali Giuseppe Dalben di Zara: il tema costante delle loro conversazioni era la prossima guerra. Una sera si presentò loro un giovane in barba e papalina rossa. Fu tosto riconosciuto: era il triestino Enrico Ferolli, compagno d’arte del Donaggio; egli aveva fatto il viaggio a piedi da Roma a Firenze ed era appena arrivato. «Perchè mai, Enrico, hai sacrificato il tuo bel pizzo e porti la papalina?» «Che volete? Tutto per entrare nelle buone grazie del governo pontificio!» Trovata ch’ebbe anche lui un'occupazione, ogni sera teneva loro compagnia dal solito vinaio, dove convenivano anche altri emigrati e si faceva un gran parlare di un corpo di volontari, che guidato da Garibaldi doveva operare degli sbarchi in Dalmazia A tali voci diedero ben presto alimento alcune imponenti dimostrazioni con bandiere e musiche, che si svolgevano a Firenze al canto del frenetico inno del Brofferio: Delle spade il fiero lampo troni e popoli svegliò: Italiani, al campo, al campo, che la guerra ci chiamò! e che stimolarono il governo ad aprire gli arruolamenti. Il Donaggio, il Ferolli, e due zaratini, il Dalben ed Emanuele Godas deliberarono allora di ar-