128 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO gole o divieti, mescola esclude converte il cantato e il parlato e scrive sempre bene. Come la -Biagio Marin. 11 quale ritrae Gorizia in questa prosa .ch’è una lirica e un inno: un inno innalzato alla città del cuore, ch’egli canta come si canta la donna amata. Nessun disegno nell’opera di evocazione e d’amore. Come l'appassionato non ordina il suo dire nell'ardore della dichiarazione e della confessione. Ma in tanti quadretti successivi (sono proprio gli eidyllia teocritei senza la falsità pastorale che vi si appiccicò più tardi) il poeta rievoca le prime impressioni della fanciullezza, i primi compagni e i primi amori giovanili, per la terra la oampagna la patria la donna, i primi scontri per l’italianità nella scuola nel circolo nell’arringo politico e cittadino, e poi ritratti di amici di donne di artisti campeggianti sul verde azzurro aereato della città agreste, e infine la sua esperienza di educatore e maestro nella commossa atmosfera ch’egli si. creò fra le giovani magistrali e nella dolorosa malinconia della forzata rinuncia. Non è possibile fermarci a esaminare il valore e la delicata pittura d’ognuno di questi piccoli quadri, alcuni dei quali raggiungono la finitezza e lo splendore del capolavoro. Ci accontenteremo, per dare un’idea del loro sentimento ingenuo e del sapore di sohietta sorgiva che ne emana, di citare una delle tante e deliziose adolescenti del libro: «Poi venne anche Luisa: aveva solo un anno più di me, ma era maestosa come una donna, ed io era un bimbo ... Veniva in cerca di me sul «Monsalvato» dove navigavo con Sandokan per i mari della Sonda [...] e mi aizzava a rincorrerla.) lo la inseguivo perchè fragrava d’iberis e di madreselva e le lunghe trecce nere richiamavano le mie mani. La imbrigliavo come una polledra, ma i suoi grandi occhi neri, pur nel riso, avevano una serietà che mi spauriva, e la lasciavo, indispéttito e iroso, per rifugiarmi sul «Monsalvato». Allora ella veniva a me oon la voce di flauto, col melato profumo dell’iberis, e con tutto il suo tepore calmante di donna e mi persuadeva a tornare nel gioco. Ma nel gioco io diventavo smanioso come il caprifoglio, fin che per Pira la picchiavo, e lei, sebbene grande, piangeva. Ma la mia agitazione non si placava. Allora Luisa mi prendeva per mano, mi conduceva in casa, in salotto, e mi calmava suonandomi al piano certe musiche gravi di Ciaikowsky. Quando parti, era l’estate, e tutta la luce del cie- lo non valse a illuminare il giardino: per- sino i grandi fiori delle magnolie erano spenti.» Poohe volte l’inquieta soave e dolorosa ansia della pubertà fu ritratta in tocchi cosi veri e così gentili. «Gorizia» di Biagio Marin fu insignita del Premio Bramante. (Egli è il terzo autore giuliano, dopo Federico Pagnacco e Guido Taddia, giudicato degno di sì ambita segnalazione. Cfr. Porta Orientale, Vili, 173; X, 75, 83), Il Premio è onore per l’opera bella che onora insiene coloro che l’hanno conferito, Ce ne rallegriamo con il nobile e caro poeta. E ci rallegriamo ancora con quel-l’intelligente e generoso editore ch’è Chino Ermacora, scrittore di fine elezione egli stesso, e il quale direttore prima della udinese «Panarie», ora delle «Tre Venezie», ha voluto e vuole intorno alle sue riviste far crescere una schiera eletta di opere come questa. Coraggioso editore: nessuno degli stampatori friulani o veneti s’era assunto il risico di pubblicare questo libro di patria carità e di poesia. Egli, contro la miopia di tutti, volle pubblicare e vinse. E’ giusto quindi che con il poeta di Grado ricordiamo anche colui che ci diede il modo di leggere una delle opere più delicate di questi ultimi anni. Remigio Marini ARDUINO BERLAM - L’eroe nazionale ungherese Francesco IIo Rà- kóczi, Udine, Arti grafiche di G. Chiesa, 1940-JSVIII, pp. 93. Il nome di Arduino Berlam è troppo noto perchè se ne faccia qui una presentazione. Lo conosciamo come una delle più pure glorie dell’arte giuliana e in principal modo dell’architettura. Nel tranquillo soggiorno della sua villa di Tricésimo il suo genio prepara nuove creazioni. Ed è con la penna che si eterna ancora il suo nome e in uno stile sobrio ed agile, grave e conciso. Pubblicò già altri interessanti volumi ma questo riguardante «L’Eroe nazionale ungherese Francesco II Bakoczi» ha una sua garbata andatura narrativa. Nessuno in Italia prima del nostro Berlam trattò mai del grande Eroe magiaro vissuto nell’ultimo quarto del secolo XVII e nel primo terzo del secolo XVIII. Il libro ci prende subito nei lacci della sua storia vorticosa e gagliarda. Oh, la calda descrizione dello sviluppo e del significato della celeberrima, travolgente e marziale «Marcia di Rakoczi»