UN OBLIATO GARIBALDINO GORIZIANO ANGELO MARZINI 273 La propaganda spicciola, fra le masse popolari, era cosi bene inoltrata che le giovani s’erano già confezionate le divise di vivandiere garibaldine, gonnella grigia e blusa rossa con cravatta, per andar incontro ai fratelli liberatori. Cittadini giovani, e già avanzati d’età, venivano attentamente vigilati e sospettati dall’autorità e dalla polizia, che temevano volessero fuggire oltre i confini dello stato. «Sono veramente fuggiti Rismondo e Favetti?» — chiedeva con un telegramma cifrato, il giorno 18 maggio del ’66, il direttore della polizia in Trieste, dott. Giovanni Krauss, al consigliere di luogotenenza barone Guido de Kiibeck, in Gorizia. Questi, con altro telegramma cifrato, rassicurava il Krauss: «Si trovano ambidue qui. Al R.(ismondo) e stato parlato, il F.(avetti) è stato veduto». Ma, come era stato fissato, i due patriotti: l’avvocato dott. Giovanni Rismondo, «capo del Comitato rivoluzionario» e l’«italianissimo» segretario municipale Carlo Favetti, dovevano rimanere al loro posto di combattimento, in Gorizia. Una lettera, sequestrata, al vigilato della polizia di stato Giuseppe Foraboschi, da Moggio, dagli agenti del commissariato di polizia di confine in Peschiera, indirizzata all’ingegnere Federico de Comelli, in Firenze, doveva procurare l’arresto del Favetti, il giorno 29 maggio, e la conseguente sua condanna, per alto tradimento, a sei anni di carcere duro. Le segnalazioni alla luogotenenza in Trieste, in merito di fermi e alle fughe di «italianissimi», come venivano appellati i nostri patriotti, da parte della polizia, andavano giornalmente aumentando. Il Krauss riferiva, nel mese di giugno, sul fermo di Giuseppe Nottari, Arturo Storari ed Emilio Pogat-schnegg, da Gorizia, intenzionati d’emigrare in Italia, e nell’avvenuta fuga di Ugo Bernardis, da Ranziano, e dell’agente di commercio Pietro Mosettig — ch’era stato condannato nel ’63, per la dimostrazione garibaldina al Teatro Sociale di Gorizia, l’ultima notte di carnevale — il quale doveva distinguersi come garibaldino e quindi nel comitato d’azione mazziniano. AlPapprossimarsi dello scoppio delle ostilità venivano tratti in arresto, e deportati nelal fortezza ungherese di Temesvàr, i cittadini : Michele Brass, padre del vivente pittore Italico, Giuseppe Dell’Agata, Giovanni Favetti, fratello di Carlo, Giuseppe Penaucig, padre del vivente avvocato dott. Piero Pinausi, Antonio Tabai e Martino Zucchi. «Da Gorizia — scriveva erroneamente il de Kiibeck, al Tribunale provinciale di Trieste, in una nota che si riferiva al Favetti — da quanto mi consta, non è fuggito finora nessun giovane, per andarsi ad arruolare nelle schiere italiane di franchi tiratori; è invece avvenuto che il figlio del cittadino goriziano Francesco Marzini assieme ad un certo Fumagalli, nipote dello scudiere Vitagliani della, or qui dimorante, contessa Larisch, siano fuggiti da Graz, ove studiavano, allo scopo sopramenzionato. D’altro canto mi consta che alcuni padri di famiglia, temevano tempo fa, che i loro figli fuggissero. La fuga del Marzini dev’essere provocata dal Fumagalli. Non vi deve essere estraneo neanche un certo Delpin (Giacomo) da Podgora, che s’intrattenne parecchio tempo in Italia (aveva militato nelle schiere garibaldine), ed ora, facendosi chiamare dott. Del Pino, dovrebbe trovarsi in Trieste.