248 CARLO RAPOZZI rante che nella prosopopea della sua infanzia politica, viziata dal favore di grandi potenze a noi ostili, presumeva di costituire per noi un perenne pericolo col quale un giorno saremmo stati costretti a fare i conti. Pure quando le condizioni delFEuropa giunsero al punto in cui il sangue sparso, e quello che si stava spargendo, poteva e doveva apparire più che sufficente alla catarsi del vecchio mondo che stava crollando senza che fosse bisogno di versarne dell’altro, noi rinunziammo alla nostra giusta vendetta contro un paese che cento volte l’aveva meritata e ancora una volta offrimmo, assieme al grande alleato, la nostra destra romanamente tesa per por fine ad ogni ostilità, ad ogni inimicizia, ad ogni dissenso nel superiore interesse della civiltà europea. Non avevamo però troppa fiducia di essere compresi nemmeno in questa ora suprema per il destino di quel popolo ma pure abbiamo atteso fino all’ultimo una decisione che tardava a venire, segno evidente di una accettazione dell’ineluttabile fatta a denti stretti. La nostra sopportazione è stata ancor più longanime durante il periodo del caos politico seguito alla firma di Vienna, caos che ci faceva chiaramente comprendere come la Jugoslavia non reggesse più alle gravi responsabilità dell’ora e come quel paese si avviasse rapidamente alla sua perdizione. E’ con un senso di profonda soddisfazione che abbiamo accolto la folle decisione che, ripudiando gli impegni appena accettati, sceglieva la guerra, quella guerra che, nell’intento degli sconsiderati che l’hanno voluta, avrebbe dovuto portare il paese alle sue più grandi fortune, auspici le democrazie occidentali e la grande Russia di Stalin. Senonchè quei messeri s’ingannarono a partito perchè stato ed esercito mancarono in pieno al loro compito. Il primo non funzionò e in poche ore si può dire che non esistesse più, il secondo ha dato al mondo lo spettacolo di una tale disorganizzazione, di una tale mancanza di coesione morale e di un’assenza così assoluta di direttive intelligenti da far pensare che non fosse mai virtualmente esistito nel senso europeo della parola. Noi non faremmo una colpa a uno stato giovane con dei formidabili problemi di politica interna che sono stati l’assillo della sua vita quotidiana fin dal giorno della sua nascita, se la sua rovina fosse da ascrivere a fattori indipendenti dalla sua volontà e dalla sua libera decisione, ma quando si sa in che condizioni si svolge il funzionamento dell’organismo statale è inutile farsi delle illusioni e montarsi la testa perchè non c’è barba di alleato che possa sostituire quell’energia vitale che permette ad un paese, anche quando segua una causa perduta, di cadere con onore. E’ necessario invece in tal caso ripiegare su se stessi e lavorare sodo per mettere in sesto le magagne interne prima di volgere lo sguardo oltre i confini, specialmente quando questi sono stati male guadagnati o peggio digeriti. A conti fatti noi possiamo essere contenti del come si sono risolte le nostre questioni col vicino intemperante. E’ stata una soluzione integrale quale avrebbe dovuto essere all’indomani della nostra vittoria sull’impero absburgico se miseria di governi e aberrazione di popolo non ci avessero posti nella dolorosa situazione di accettare la nascita di un mostriciattolo destinato a funzionare nei nostri confronti come il mostro che avevamo abbattuto con tanto sacrificio di sangue e di beni. Finalmente ha potuto compiersi il sogno di tante generazioni di italiani che hanno vissuto e sono morti collo sguardo rivolto ai pili che atten-