84 EMMA FABI Leggendo quei foglietti si comprende d’essere dinanzi a un lavoro bene ordinato nella mente dell’autore, organico, che segue tutto un filo del suo pensiero, anche se a noi per la schematicità appare embrionale e oscuro. Vi si trova ancora ristudiato il problema dell’arte e il suo rapporto con il valore umano morale. Voglio citare: «L’arte non è solo esprimere i propri sentimenti, ma proiettare la propria personalità - giudicata - giudicarsi: trovare la propria posizione nel mondo, un rendersi conto di sè nel mondo. Poesia lirica, epica e drammatica (ultima) - Aver coscienza di sè: altrimenti errori enormi, e moralmente ed esteticamente». Anche qui ritorna la negazione che l’arte sia una pura espressione (idea del Croce) e l’affermazione che sia inseparabile dalla morale, e quindi implicitamente che s’identifichi nell’uomo al compimento d’una missione; pensiero dominante nello Slataper. Così uno si possiederà completamente con tutta la sua vita e con tutto ciò che della sua vita egli ha fatto, soltanto nell’arte. E la moralità sua sarà moralità dell’arte. Certo pensieri molto profondi ha avuto lo Slataper nel ricercare nell’opera del drammaturgo e del poeta norvegese una corrispondenza al suo sentire, e da questi si potrebbe sviluppare quasi una tesi filosofica. Ma proseguiamo. Lo Slataper che ci ha dato già tanto di Ibsen, in questa Prefazione ci avrebbe parlato ancora di quei valori spirituali che ci mantengono al di sopra degli interessi volgari e ci affinano e ci educano e ci guidano. Ad ogni modo, il volume stesso è la prova di un grande concetto, e di un grande amore di Slataper per Ibsen e la sua arte. Chè egli ha anche veramente sentito l’importanza dell’opera ibseniana per sè stessa oltre che per l’influsso di quest’opera su tutto il teatro moderno da B. Shaw a Bataille a Bracco a Butti. Ed ha riconosciuto che è stato l’Ibsen che ha portato sul teatro, per primo, con i problemi sociali, la lotta per l’ideale. Chè è stato lui ad avere il coraggio di rappresentare quella lotta spirituale che fa naufragare ogni conciliazione con l’ambiente che lega e costringe, e ogni compromesso fra cuore e pensiero, e nella quale naufraga sommerso soffocato anche l’ideale, ma in cui brilla un eroico divino sforzo. E’ stato Ibsen che ha esaltato la volontà, l’imperativo del dovere pur essendo consapevole dell’inutilità dello sforzo, e con questa sua imagine di verità e di eroismo ha affrontato teatro e uomini. Anzi è stato questo che ha esaltato Slataper. Kant nella sua morale ha detto: «Fa che ogni tuo atto possa costituire esempio di natura universale» e sembra che anche la creatura di Ibsen obbedisca al dovere imposto dalla coscienza e per amore di quest’atto debba abbandonare ogni altra cosa. Se la creatura di Ibsen è così, e si supera, e lotta per essere morale anche fuori della comprensione comune, è che Ibsen sentiva con questo spasimo la moralità, l’onestà sua intima. E Slataper se dava questo significato all’onestà: «L’onestà che è generosità d’amore verso la vita sì che tu l’accolta tutta dentro, e inflessibilità quand’essa sia tua e tu la soffra (si ama il mondo fuori di sè, ma non lo si punisce che in sè) non è ripagata da effetti che ti sono utili: ma in quanto si contiene in sè è soddisfatta; ed è alta su essi e li domina, e li gode, pura, prima ancora che gli altri li scorgano e ne approfittiino. Si nutre di sè, essendo superiore alla materia del suo atto», (1) Slataper doveva sentirlo fratello il grande Ibsen. (1) S. SLATAPER - Ibsen - pag. 245.