GIULIO CAMBER 257 Quanta dolcezza e quanto accoramento in questa canzone! Quella corona di vigne brilla in un mattina che è circonfusa della luce fatata del ricordo e della giovinezza passata. In quel'mondo di sogno, le case non potevano essere fatte se non per le spose, e le spose erano tutte belle, come le rose; là le campane suonavano sempre e solo l’ora dell’amore. Lieve e luminosa la parola alza nell’aere di primavera il colle e sul colle il paese, e lo fiorisce di belle creature. Poi, viene la rovina e la morte; mille croci di legno, mille giovani morti mettono radici nella terra, e il cuore piange, e s’accorda al lamento lontano dell’Isonzo, intorbidato di sangue. Il poemetto «Oslavia» è inquietante. Forse troppe cose sono ancora immediate, appunti sia pure d’anima, più che vero e proprio canto. Ma la rapsodia rozza come è, finisce per prenderti. E’ certamente fuori della nostra tradizione letteraria e ci riporta a certe epopee medievali, o ad altre di popoli ancora primitivi, tutte ispide di fatti e di gesti, piene di urla di feriti, pesanti di filze di nomi. Poi, a volte il canto si fa dolce: «Seduto in mezzo alla pioggia, parlavo con i soldati: dicevamo della guerra, se si doveva fare.... che c’erano gli imboscati... e se si ritornava, allora appena, allora... ogni tanto li interrompevo: dicevo del dovere che aveva ogni soldato di obbedire silenzioso, di servire il suo paese: E i soldati mi ascoltavano come i bimbi il cantastorie, qualcuno la bocca aperta, ed altri gli occhi socchiusi, lentamente, s’addormentava, sognando un focolare per riscaldarsi le ossa, o per fumare la pipa, e tante faccie care sedute tutte in giro, che parlavano delle vacche, dei cavalli e del «ricolto». Cosi passavano le ore in mezzo alla pioggia d’autunno aspettando qualche cosa che nessuno sapeva dire». In ogni verso stilla la cadenza di questa pioggia autunnale, la malinconia di questa attesa di quella, che non si sa se possa essere la vita o la morte. Quanto dell’anima di Giulio in queste vicende, ironica, malinconica, piena di profonda umana pietà, eroica!