ORIGINI DEL DOMINIO DI VENEZIA NELL’ISTRIA (932-1150) 219 ed «eximius antistes» per il che appunto si è messo a capo di una schiera di ecclesiastici e di una di popolo! Un altro argomento, oltre quanto si è detto nei capitoli precedenti, a confermare che (nel 1000) il Vescovo di Pola poteva ormai essere anche signore della città, viene fornito dal fatto che pure nel 1150 (Docum. F) Pola appare decisamente sotto una signoria vescovile. E noi sappiamo che il potere di questa città fu per lunghi secoli conteso fra il Vescovo da una parte e il Conte dall’altra. Nel 1000 dunque il potere doveva essere nelle mani del primo. Di ambidue questi Vescovi (di Parenzo e di Pola) è detto che accorrono in gran fretta e fanno atti di omaggio profondo, quasi addirittura di sommissione (famulamina). Essi si presentano al Doge con grande umiltà a implorarlo a «glorificarlo». Ma mentre del Vescovo di Pola è detto chiaramente che esso sosteneva le parti anche della somma autorità civile, il cui seggio appunto occupava, 10 stesso non è detto di quello di Parenzo. Noi però lo possiamo arguire ugualmente e per vari motivi: 1) Se a Parenzo ci fosse stata un’autorità civile, oltre al Vescovo, questa si sarebbe pure presentata al Doge e di maggiore necessità anche. 2) Se il Vescovo fosse stato soltanto Vescovo, non si spiegherebbero quei suoi eccessivi complimenti del § 3 alquanto sconvenienti ad una autorità puramente ecclesiastica. 3) Come a Pola, così anche a Parenzo, nel 1150 troviamo, a capo della città, un’autorità ecclesiastica (Docum. H § 1). 4) Se poi ammettiamo, come subito vedremo, che il Doge con queste sue due fermate voleva umiliare la superbia di due Vescovi naturali nemici di Venezia, dobbiamo concludere che anche Parenzo, malgrado ci manchi una esplicita dichiarazione del nostro cronista, doveva essere dominata dal suo Vescovo. Dunque due Vescovi hanno nelle loro mani Parenzo e Pola. Due Vescovi vuol dire due antagonisti naturali di Venezia, due autorità cioè che avrebbero tutto l’interesse di comportarsi, nei riguardi del Doge, con la massima ritenutezza, con la dignità di rappresentanti dell’impero che danno 11 benvenuto e porgono gli auguri ad un sovrano straniero sia pure amico del loro Imperatore. Noi insomma da questi due Vescovi ci aspetteremmo un comportamento alquanto diverso nell’accogliere un sovrano che non era il loro. E invece i §§ 2, 3, 4, 12, 13 ci presentano i due Vescovi in attitudini di vera contrizione, di, quasi direi, servile inferiorità. Più che rappresentanti di un Imperatore che vengano a rendere onori ad un sovrano estraneo, ci danno l’impressione di veri e propri vassalli di questo estraneo sovrano. Le espressioni infatti usate dal Cronista, a proposito dei due Vescovi, non ci danno l’idea di autorità che arrivino in pompa magna con austera dignità, ci daranno bensì l’idea di sommissione, di umiliazione, «venerabilis . accurrens» «famulamina... impertitus» «humiliter rogitans ut... non recusaret» «festinus advenit» «utroque honore ... glorificavit». Grande movimento dunque fra i Vescovi, grande preoccupazione di rendere il massimo onore senza curarsi di evitare atti di vera soggezione, di inferiorità. Ma il Doge in tutto quell’accorrere, quel complimentare ci appare calmo e sicuro. Egli, a mio parere, sostiene veramente la parte del sovrano: accetta, per esempio, l’invito del Vescovo di Parenzo e scende in città ma «multo milite stipato»! Ed ora io mi domando se il contegno del Doge sia, come vorrebbe il Benussi, soltanto di riguardo e rispetto per una terra d’altri, se egli si sia trovato a fermarsi presso quelle due città della costa istriana proprio per puro caso, se egli veramente non abbia avuto alcuna intenzione di farsi riconoscere autorità superiore, tale cui si debba ossequio e obbedienza, o se invece non si tratti proprio di tutto l’opposto. Pensiamo così: Parenzo e Pola, appunto perchè dominate da un Vescovo, potevano essere fra le città istriane più ostili a Venezia. Il Doge, dirigendosi a sostenere una guerra che sarà di massimo vantaggio anche Per l’Istria, si ferma presso due delle sue maggiori città (dopo Capodistria e Trieste) per invitarle a riconoscere la generosità di Venezia, quasi per costringerle a dimostrarlesi grate con l’inchinarsi al suo passaggio!