172 LEONE VERONESE L’Argenti faceva frequenti viaggi in Istria, e queste sue peregrinazioni nelle ridenti cittadine istriane dovevano probabilmente avere non obiettivi di lavoro, ma di propaganda politica. A convalidare tale supposizione, sta infatti l’esistenza nelle varie città della regione di numerosi nuclei di carbonari e di massoni i quali, conservando vivissima la nostalgia della gloriosa Repubblica Veneta cui avevano appartenuto, non dimostrarono certamente, nelle manifestazioni che ebbero luogo in quell’epoca, un soverchio amore verso il nuovo Governo degli Ab-sburgo. Difatti con decreto imperiale recante la data 20 agosto 1843 diretto ai piovani, il clero istriano veniva incolpato di avere manifestato simpatie alle nuove idee, determinando con ciò non poche trasgressioni politiche da parte delle popolazioni affidate alle loro cure (1). Nonostante l’indubbia attività politica dell’Àrgenti, tutto procedeva bene nei suoi confronti, ed è veramente strano che la polizia, la quale pure avrebbe dovuto conoscere i precedenti politici di un così noto sovversivo, lo lasciasse agire senza procurargli alcuna noia. Ma la'cosa non durò a lungo. Una mattina, gli organi della polizia invadevano l’abitazione del capitano dalmata, in quel momento assente e procedevano a una minuziosissima perquisizione, che portava alla scoperta di documenti comprovanti l’appartenenza alla Giovane Italia sia del capitano che dell’Argenti. In seguito a tale fatto, l’autorità di polizia si dava tosto alla ricerca dei due cospiratori i quali però, tempestivamente informati della perquisizione in corso, ebbero l’abilità e la fortuna di rendersi irreperibili. Visto vano ogni tentativo, alla polizia non rimase altro che- apporre i suggelli alla agenzia dell’Argenti e all’abitazione del capitano. Si seppe poi che l’Argenti era riuscito miracolosamente a riparare a Livorno, dove travolto dal turbine delle cospirazioni, non tardava ad incappare nelle maglie della polizia. Un traditore, tale marchese Raimondo Doria, denunciò l’Argenti e il suo compagno di fede, Giovanni Albinola, di avere ordito un progetto tendente a togliere la vita al principe Metternich. Inoltrata la denuncia all’onnipossente direttore della polizia austriaca, Carlo Giusto Torresani, i due cospiratori venivano tratti in arresto, processati e condannati alla forca; in seguito la pena di morte veniva commutata dall’imperatore in otto anni di carcere duro. Come risulta dal già citato libro del Barbiera, i due prigionieri dopo avere scontata la pena nelle prigioni dello Spielberg, venivano imbarcati sotto la sorveglianza dei gendarmi sulla nave armata «Ussero» e inviati in esilio a New York. Coll’Argenti e l’Albinola esularono pure altri patrioti condannati nei processi del 1821 e fra questi il Barbieri, l’avvocato Borgnoni di Brescia e il cremonese Benzoni che s’era battuto nella digraziata spedizione di Savoia. In quanto al capitano dalmata, dopo la sua sparizione da Trieste, nulla si è più saputo di lui. Non consta all’autore di queste poche righe che non possono pretendere di essere nemmeno un articolo, quali altri sviluppi prendesse l’azione della Giovane Italia a Trieste e nelle ville istriane presso le quali ¡’Argenti faceva