276 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO lenne andatura, è, forse, anche per l’entusiasmo che accende il cuore in questi giorni, mi ha più commosso : «Canto delle rovine di Ostia», e specialmente: Sento del passi suonar lontani sui larghi massi lisci romani; saldi da secoli, sicura strada per il passante che vada e vada. Son passi lenti, ma calmi e forti : passi di vivi? passi di morti? Passi di gente che mai non resta, passi che ritmano canto di festa Sale nel cielo quella canzone, salgono i passi della legione. In questi versi c’è tutta un’ansia di marciare e il riimo si sostanzia col concreto dell'argomehto sì da farci sentire l’ineluttabilità del passo delle legioni, la certezza, del nostro andare verso un vittorioso domani. Questa fusione di ritmo e argomento, inteso sempre con cuore moderno, è in tutte le poesie della Pasini Vidali ed è la prova del valore della sua arte. Dono Paoletti NICCOLO’ TOMMASEO - Cronichetta del sessantasei. A cura di Raffaele Ciampini, Torino, Giulio Einaudi Edit., 1939-XVII; pp. 213 (L. 15). Uopo d'ave rei fatto dono del «Diario intimo», il Ciampini ci presenta un’altra opera inedita del Tommaseo, la «Croni-clietta del sessantasei» che desterà certo il più vivo interesse fra i letterati e gli storici italiani. Come il manoscritto del «Diario» questo della «Cronichetta» si tro^ va nella Biblioteca Nazionale di Firenze, mancante però di un foglio. Ci dice tuttavia il nostro studioso tommaseiano che «una seconda copia della Cronichetta, la quale deriva con ogni probabilità dal nostro manoscritto, ma è completa della carta mancante, si trova a Roma nella libreria che appartenne a Piero Misoiatelli ; senonohè una nostra preghiera di consultare il manoscritto romano rimase senza risposta». Stando così le cose noi non possiamo che condannare vivamente chi, essendo per sua fortuna in possesso di un documento di tal fatta, si crede in diritto di essere così scortese da negarne la consultazione ad uno studioso; ed approviamo che. denunciando pubblicamente il fatto, il Ciampini abbia messo alla gogna questo caso di poca correttezza. Come ha già fatto per il «Diario», il Ciampini premette all’opera del Tommaseo uno studio suo, intitolato «Il Tommaseo dal ’49 alla morte», una settantina di pagine per le quali pure, come già per la sua precedente pubblicazione, s’è servito quasi unicamente di materiale inedito. La vita del Tommaseo a Venezia è il punto di partenza di questo studio critico, ed innanzi a tutto la sua attività giornalistica per quella «Fratellanza dei popoli», creata da lui, scritta quasi tutta da lui, da lui distribuita gratis nei circoli, nei caffè, nelle officine, e che aveva per programma l’unione dei popoli in quella rinascita che il grande sebenzano sperava dalla religione cattolica. Ma ciò che importa maggiormente nel 1849 è analizzare il dissenso fra il Tommaseo ed il Manin, dissenso che assunse vaste proporzioni e portò finanche il popolo veneziano a prendere un atteggiamento a favore del secondo e contro il primo, manifestatosi pure con volantini che accomunavano i due gridi «viva» al Manin e di «morte» al Tommaseo. Siamo certi che ben più chiaro ci apparirà questo dissenso quando Federico Augusto Perini avrà ultimato la pubblicazione dei suoi volumi sul giornalismo e J’opinione pubblica nellft rivoluzione di Venezia ; un acuto esame dei documenti giornalistici dell’epoca non potrà che chiarire sempre più i motivi e gli aspetti di un dissenso che ha avuto così vive manifestazioni di carattere giornalistico e di pubblica opinione. Ma molto chiaro ci appare sin d’ora; alla luce dei documenti che il Ciampini esamina qui, almeno per ciò che riguarda la psiche del dalmata, per quanto chiara ci possa apparire questa psiche che è sempre un groviglio d’istinti contrapposti, di contraddizioni nette, come la sua vita è un continuo balzellare fra ciò che per lui stesso è il bene ed il male. In lale dissenso dobbiamo scorgere anzitutto lo spirito d’idealismo eroico del Tommaseo, che fac.eva di lui la negazione del realismo : la convinzione che resistere anche un’ora di più rappresentava per Venezia un dovere d’onore, lo porla da’ un lato a controllare tutte le possibilità alimentari della città ed a condannarsi per primo ad un regime di fame, dall’altro ad accogliere tutte le dicerie del popolino contro gli accaparratori, gli af-famatori di Venezia, quindi a mettersi in decisa antitesi con chi, dotato di un maggiore spirito realistico quale il Manin, ve-