La cattura del «Cogne» e le sue ripercussioni sull’impresa fiumana 103 ad un pescecane». Volle però annotare sul libro di bordo che legionari fiumani lo avevano costretto, con la forza, ad invertire la rotta e a cedere il comando. Il capo della spedizione sottoscrisse ben volentieri il verbale per scaricarlo, come era giusto, di fronte alla società armatrice da ogni responsabilità futura e quindi, in nome di Gabriele d’Annunzio, consegnò al vecchio lupo di mare la medaglia di Ronchi. La nave diresse quindi la prua verso Fiume. Si navigava senza insegna di nazionalità, senza il nominativo, che era stato cancellato e, di notte, senza lumi. La sorveglianza degli Uscocchi, pur rotti dalla fatica e tormentati dal sonno, non mollò tuttavia onde evitare ogni sorpresa. La navigazione fu buona, solo oltrepassata Pelagosa un temporale estivo di poco conto cagionò lo schiacciamento di una falangina del dito mignolo ad uno dei sette legionari. Il secondo giorno requisirono tutte le bandiere che si trovavano a bordo e con esse, per un miracolo di pazienza e di volontà, cucirono insieme il gonfalone della Reggenza Italiana del Carnaro. (5) Quando furono ormai prossimi alla mèta, nel mare dantesco, la scarlatta insegna salì sull’albero a salutare la bandiera della Patria, che ritornò a sventolare a poppa, e fu la prima bandiera della Reggenza che si mostrava sul mare e salutava il mondo. L'indomani all’alba la grossa nave affondava le ancore nel porto di Fiume e contemporaneamente avveniva una gustosa scenetta attraverso le antenne della radio, ormai riattivata. Conchiusasi così felicemente l’impresa, il capo degli Uscocchi, per cortesia marinaresca, volle informare la società armatrice che il piroscafo, invano atteso al porto di Palermo, ultimo scalo italiano, era giunto invece in ottime condizioni a Fiume; chiamò perciò la stazione radio militare di Pola perchè a sua volta volesse trasmettere la notizia a Genova. Fu risposto che la notizia non interessava. Altezzosamente allora egli replicò che se la comunicazione non interessava il Governo ufficiale, tantomeno interessava i legionari fiumani e ripetè il famoso motto delle fiamme nere: Me ne frego! Questa strafottenza fu una doccia fredda per l’ufficiale di guardia alla radio marina di Pola che, rinsavito, comprese come qualche cosa di grosso era avvenuto; rimangiatasi dunque la prima apatica risposta, s’affrettò ad inoltrare il radiogramma alle autorità militari e alla società armatrice genovese. Un ricco bottino era così conquistato dagli Uscocchi; un altro colpo era infetto alla pingue poltroneria dell’uomo lucano che affamava Fiume per tradire l’Italia. Col suo prezioso carico intanto il piroscafo «Cogne» rimaneva per lungo tempo pegno inerte nel porto di Fiume sotto la stretta sorveglianza della Guardia di finanza legionaria. Ma sul finire dell’ottobre 1920, esauriti i fondi raccolti con le sottoscrizioni pubbliche, attenuatosi e resosi fatalmente inadeguato ai bisogni l’aiuto