IL CONGRESSO DEGLI ALBANESI A TRIESTE NEL 1913 30S albanese e componendo delle musiche che colpiscono per «na strana ma-liconia che le domina. Erano ancora presenti a Trieste, fra i duecento e più albanesi, Pandeli Evangjeli, che fu presidente del Consiglio dei ministri più volte e recentemente fu l’ultimo presidente del Parlamento albanese e vive ancora a Tirana circondato dal rispetto generale. Altro congressista Vasil Dogani, banchiere, uomo di finanza, poi console d’Albania in Romenia. Non mancava Marco Kacariqi, attuale podestà di Scutari, l’ex generale ottomano Fazil Toptani, l’avvocato Giuseppe Shirò, grande patriota italo-albanese, ritornato in Albania allo scoppio della rivoluzione del 12 e autore del poema storico albanese «Te dheu i luej» (In terra straniera). I lavori del Congresso furono preceduti da alcune sedute preparatorie che ebbero luogo agli ultimi giorni di marzo all’Albergo de la Ville. «Fra gli intervenuti —- si legge nelle cronache del Congresso — che rappresentano tutte le regioni dell’Albania e sono maomettani, cattolici, ortodossi e liberi pensatori, regna una cordialità fraterna. Sono rappresentate tutte le più disparate classi sociali, ed infatti accanto al ricco commerciante siede l’operaio e si vede il professionista presso il contadino. Qualcuno veste l’abito nazionale albanese. La stampa è assente essendo la riunione privatissima». Le sedute pubbliche del Congresso ebbero luogo ai primi di marzo. Ecco come nel fascicolo Resoconto e note del Congresso albanese di Trieste della «Rivista dei Balcani» è ricordato l’avvenimento: «Le riunioni hanno luogo nella Sala Tina di Lorenzo a palazzo Dreher, che verso le dieci e mezzo rigurgita di congressisti. Sulla tribuna che si eleva in fondo alla sala, sopra il podio ed i tavoli della stampa, vengono issate le bandiere d’Albania e d’Austria. Scattano tutti in piedi ed un uragano interminabile di applausi e di evviva saluta l’aquila risorta di Scanderbeg; il momento è davvero solenne e notiamo che non pochi hanno gli occhi velati di lacrime. Spicca quasi in mezzo a tutti un popolano, il quale, fra il consenso generale, lancia delle maledizioni agli Slavi e ai Greci che vorrebbero annichilire l’Albania e si sono fatti trascinare dall’odio fino a sgozzare i bambini nelle culle». Fra gli applausi generali si alza quindi a parlare Giovanni Castriotta Skanderbeg, marchese d’Auletta, discendente diretto dal grande Skanderbeg, leggendario eroe nazionale degli Albanesi. «L’ovazione cordiale si rinnova — dice il verbale della seduta — quando la simpatica figura del vecchio gentiluomo napoletano sale sul podio. Egli parla in francese e ringrazia anzitutto della onorifica distinzione fattagli nominandolo presidente onorario del Congresso. Saluta anch’esso le Potenze amiche dell’Albania e specie l’Austria e l’Italia, comunica l’adesione di alcuni comitati e colonie albanesi d’Italia, dal cui patriotismo — non affievolito da secoli di esilio — trae Fau-spicio per l’avvenire dell’Albania, ed infine, rievocando i fasti della bandiera skipetara che ritorna alla luce ed alla libertà dopo secoli di tenebre e di schiavitù, termina col grido di «Viva l’Albania» che i congressisti in piedi ripetono più volte con indicibile entusiasmo. Ha poi la parola il conte Taafe, figlio dell’ex Ministro e Presidente del Consiglio dei Ministri d’Austria. — «Perchè sono qui tra voi? dice in tedesco il conte Taafe. — E’ l’affetto che vi porto che mi ha indotto a venir qui, è il mio desiderio di dirvi tutta la mia simpatia e dei miei amici di Vienna che mi ha spinto a venire fra voi. Io non posso essere uno straniero per voi, ma un fratello. Noi austriaci mai abbiamo dimenticato che è santa la causa albanese e giammai vi abbiamo