104 ANDREA BENEDETTI dei volonterosi patriotti, la situazione era divenuta esasperante e le condizioni del Comando legionario e del Comune, già precarie, divennero insostenibili. Da mesi non veniva corrisposto il soldo alle truppe, i viveri già razionati si esaurivano inesorabilmente, la popolazione soffriva pene inenarrabili. Eppure bisognava resistere e per resistere occorreva innanzi tutto vivere. Con un atto di ribellione che aveva qualche cosa di grandioso la piccola schiera degli Uscocchi, sfidando il Governo italiano e violando senza timore le sue leggi, aveva catturata una nave, che il capitano Giuseppe Schiap-pacase era stato costretto a condurre a Fiume. In Italia e fuori continuava intanto il coro dei commenti e delle proteste per l’episodio; gli assicuratori temevano di essere chiamati a coprire il valore delle merci assicurate, protestavano i caricatori italiani e i caricatori stranieri, mentre i destinatari sudamericani delle merci minacciavano di annullare gli acquisti fatti in Italia. Il Governo di Roma era impotente a porre rimedio. La nave, ad onta di tutte le minacce, rimaneva a Fiume, ben custodita e vigilata. Giolitti, succeduto a Nitti, intendeva ricuperarla costringendo la città ad arrendersi per fame. L’episodio della cattura andava assumendo un carattere di gravità impensata. Perciò un industriale milanese, il compianto Senatore Borletti, che era stato tra i primi e più entusiastici ammiratori della causa fiumana, della quale divenne poi il più valido sostenitore, decise di troncare gli indugi intervenendo per porre rimedio. A questa determinazione il Borletti era giunto più che per la necessità di impedire che ne soffrisse tutta la produzione italiana e ne avesse scapito il buon nome del nostro paese, spinto dall’amore sconfinato e dalla dedizione per la Causa, amore già efficacemente dimostrato in precedenti occasioni e che poi culminò nell’offerta della cappella votiva dei Caduti a Cosala. Corse perciò a Roma e, postosi egli stesso a capolista, riuscì a raccogliere intorno a sè alcuni volonterosi disposti a sacrificare forti somme allo scopo di riscattare la nave e fornire all’Olocausta i mezzi necessari alla resistenza. Espose quindi a Giolitti la gravità del caso e l’urgenza di definirlo, proponendo una soluzione che, non menomando la dignità del Governo, lo avrebbe sollevato anche da ogni onere finanziario. Ma l’uomo del «parecchio», che già meditava di soffocare nel sangue la tenace resistenza di Gabriele d’Annunzio e dei suoi legionari, ascoltò in silenzio, poi con fredda brutalità rispose: «Caro Borletti, L’avverto che se non la finisce con d’Annunzio e con Fiume, ho dei buoni carabinieri per farLa mettere al sicuro». Il Comandante intanto aveva espressa la minaccia di vendere alla rinfusa il carico del «Cogne», composto di tutta una gamma dei prodotti del lavoro italiano, dagli aeroplani alle automobili, dagli olii ai vini, dalle sete alle cotonate, dai marmi di Carrara allo zolfo di Sicilia, orologi svizzeri e altre mercanzie, insomma ogni ben di Dio per circa 200 milioni, piroscafo compreso. Il Borletti non cedeva però aH’ingiunzione di non occuparsi della cosa, nè si faceva intimidire dalla minaccia di arresto. Anima devota e fedelissima deirimpresa di Ronchi e del suo Condottiero, Borletti che