BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 85 individualità come vuole, senza coercizione di sorta. S’interrompe nel 1846 e resta interrotto fino al 1851, ma non è facile sapere se in questi anni Niccolò Tommaseo, preso dagli avvenimenti politici, non abbia avuto il tempo e la voglia di tenere aggiornate queste sue note, oppure se, come almeno per una parte di questo lasso di tempo mi sembra, le sue note sieno andate perdute o, più probabilmente, egli stesso le abbia distrutte in qualche contingenza politica quale la caduta di Venezia, quando, rischiando di cadere in mani estranee, avrebbero potuto rappresentare un atto d’accusa troppo pericoloso sia per il dalmata stesso, sia per altri patriotti. Poche note ancora fra il 1851 ed il 1852, scritte nell’esilio di Corfù, mentre la luce degli occhi gli vien sempre meno. E’ la cecità che ha fatto sentire i suoi prodromi tanti anni prima e che ora sta per divenire assoluta. Ed è certo già quasi tale quando, il 7 agosto, Niccolò (ormai da tempo le sue scritturazioni sono tali che le righe si sovrappongono e le parole sfuggono oltre il margine della carta: una scrittura da cieco) scrive questa sua ultima nota: «La luce vien meno. A Dio ne offro e quel che resta e quella che m’è destinato di perdere. Le tenebre mie si volgano in luce agli erranti e ai dolenti. Laus Deo.» Per quanto riguarda le pagine di questo diario che ci sono rimaste, va però anche ricordato che hanno spesso delle accurate cancellature, specialmente di nomi. Talora, per sopprimere qualche parola, il Tommaseo tagliava addirittura la carta, incu- 1 anle di ciò che potesse essere scritto sull’altra parte del foglio. Sicché, Per tutti questi motivi, si deduce che a ricostruzione della vita del dalmata non è possibile che parzialmente da esse. «E allora,» è lo stesso Ciam-P*ni che ce lo dice, «per ricostruire la vita del Tommaseo, bisognerà ricorrere ad altre fonti, soprattutto alle sue lettere, poiché era scrittore abbondante, come pochi altri nella nostra letteratura.» Ciononostante, per la conoscenza della vita esteriore ed interiore di lui, questo diario resterà sempre un documento prezioso. Dati i tempi, è logico pure che il rivoluzionario italiano sia ricorso talora ad allusioni oscure, e che tal’al-tra sia stato costretto a far pochi e rapidi cenni su cose importantissime della sua attività, quale la compilazione del suo volume «Roma e il mondo», il primo grande libro del nostro Risorgimento, che precorse il «Primato» del Gioberti. Per poter pubblicare questo suo volume il Tommaseo si condannò volontariamente all’esilio in Francia, e, finché vi lavorò in Italia, mai questo titolo appare nelle sue note: «Roma e il mondo» aveva un pseudonimo nel diario del Tommaseo, e cioè «Paragrandini». Il Tommaseo appare in tutta la sua vita quale uomo politico che l’amore per le lettere non riesce a sopraffare; ed il suo amore per l’Italia è sempre vivo, doloroso anche, e forse nelle stesse ingiustizie, grandi invero, di cui lo si accusa, nelle sue stesse malignità di settario, altro non si nasconde che un grande amor di patria. Un amor di patria fatto d’intransigenza, di prepotenza, d’intolleranza verso tutte le idee che non erano le sue. Ma non aveva gli stessi difetti nel campo letterario? In una lettera al Marinovich infatti — lettera inedita che il Cianipini ora ci fa conoscere e che porta la data del primo aprile 1828 — se la prende col Manzoni, sul quale aveva già scritto una critica fredda per l’«Antolo-gia» del Vieusseux, ed asserisce chela fama dei «Promessi sposi» è dovuta alla descrizione di «tutto quello che può servire a detrarre de’ preti e de’ frati». Tanto che gli vien la rab-