220 GUIDO POSAR-GIULIANO Il modo strano di arrivare e di farsi pregare del Doge, può essere semplice questione di riguardi per una terra d’altri (riguardi che però stupiscono se si pensa agii atti del 932, 933, 977) ma può essere anche un modo intenzionale di comportarsi con una certa qual superiorità se non addirittura con risentimento per delle città che, tanto favorite, tanto protette da Venezia, ancora non si decidevano di riconoscere in lei quella benefattrice che essa era e, come tale, ossequiarla. Ma perchè il Doge si ferma solo a Parenzo e a fola e non anche, per esempio, a Trieste e a Capodistria? Da Trieste, fortemente soggiogata al suo Vescovo. Venezia poteva ben poco aspettarsi. ÀI riguardo si potrebbe anzi osservare che tra Venezia e Trieste non corsero mai buoni rapporti. Capodistria invece era la vecchia alleata, quella che già da tempo si era resa tributaria alla Repubblica e l’aveva riconosciuta come sua protettrice. Credo sia opportuno aprire qui una parentesi sul valore che nel Medio Evo deve aver avuto il concetto di «protezione» e, in modo particolare, sid valore che a tale concetto doveva dare Venezia nei riguardi delle città istriane. Venezia, per intanto, non aspirava alla conquista e al dominio diretto dell’Istria: massimo ostacolo, quello di violare la legalità del possesso in quanto il possessore era ancora tale da costituire oggetto di timore per la Repubblica! E allora, vista l’impossibilità di farsi riconoscere Signora dell’Istria, Venezia si accontentava di atteggiarsi e farsi riconoscere Protettrice dell’lstria. In realtà si trattava di questo: mentre l’imperiale era una sovranità «de jure», la veneziana veniva ad essere sovranità «de facto». L’Imperatore era il signore legittimo dell’Istria dalla quale però viveva lontanissimo e senza quasi curarsene a meno che non si fosse trattato di far riconoscere e rispettare la propria autorità. Venezia invece era una sovranità vicina che molto si interessava delPIstria, che la beneficava con i suoi commerci, che la proteggeva contro le insidie dei pirati, che in parte la sosteneva anche contro l’arbitrio e le violenze dei signori feudali. Era insomma quella sovranità che, pur non potendo vantare diritti legali sul-l’Istria, pure, in qualità di sua protettrice, le assicurava vita e benessere, la dominava cioè «de facto». Naturalmente in questo senso il concetto di «protezione» aveva per Venezia un valore grandissimo e farsi riconoscere protettrice voleva dire essere riconosciuta Sovrana! A provare il valore che Venezia attribuiva al concetto di «protezione» stanno il Docum. A del 932 (§§ 1 e 2) e il Docum. E del 1145 (§ 11); Alquanto significative queste due date (932-1145) che, limitando un vasto periodo, portano, appunto per questo, a galla delle concezioni del tempo; chè se fossero invece susseguenti a poca distanza, allora, sì, si potrebbe pensare un puro caso il fatto che Venezia si atteggi a protettrice. Nel Docum. A dunque Venezia si fa riconoscere da Capodistria sua protettrice, nel Docum. E la Repubblica, per bocca del Doge, dichiara di assumere Pola sotto la sua diretta protezione: «sub sacramento securitatis». Più avanti vedremo che, se nei primi tempi il concetto veneziano della «protezione» ebbe successo (Capodistria); in seguito tale concetto perderà valore (Pola); l’espediente ormai invecchiava, l’astuta politica veneziana veniva compresa e M’Istria, sempre più accorta, più irrequieta, temerà il dominio di Venezia come la sua protezione! Ed ora ritorniamo alla spedizione del 1000. Se il Doge si ferma soltanto a Parenzo e a Pola questo vuol dire che tutte le altre città istriane avevano dimostrato a Venezia, in un modo o in un altro, di riconoscerla loro protettrice tranne Trieste che, come si disse, viveva alquanto lontana e il volerla piegare in questo senso sarebbe stata opera troppo difficile se non pericolosa per le inevitabili complicazioni di un intervento imperiale che il Vescovo di Trieste non avrebbe mancato di chiedere e di ottenere spalleggiato com’era dalla volontà generale dei suoi cittadini. Non restavano dunque che Parenzo e Pola le quali, sotto il loro non ancora sicuro dominio vescovile (specialmente quello di Pola), avranno mantenuta ugualmente (senza misurarne i pericoli) una posizione poco arrendevole nei riguardi di Venezia. Il Benussi osserva che mentre lungo la costa istriana il Doge si comporta con ogni riguardo e rispetto, lungo invece la Dalmazia egli passa da