L’ORA DI TRIESTE NELL’ATTUALE CONFLITTO 291 bania; il suo sguardo aveva superato Trieste e l’Istria; andava già ai Mediterraneo. Ve lo imaginate voi, camerati, se anche lui avesse potuto udire con gii orecchi propri, ai 1U giugno di quest’anno, il Duce proclamare (attraverso la Radio) : —- «Noi impugnammo le anni per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime, noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di 45 milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all'oceano)> —'! Ve lo imaginate quanto avrebbe esultato vedendo tracciato come dalla linea di un magico cerchio il campo di tutte le conquiste ch'egli aveva augurate alla sua Italia, vedendo compiersi il sogno ch’egii aveva sognato durante le 60 e più missioni marinare annoverate nei suo splendido stato di servizio? Nei mesi scorsi, quando ascoltavo la nostra genie di mare commentarmi i due rapporti del Ministro Luca Pietromarchi al Duce sopra le vessazioni e le angherie di cui era latto segno ii navìglio deiritaìia fascista in conseguenza del blocco anglolrancese contro la Germania, e i nostri marittimi li udivo raccontare, con la bava alla bocca, gli episodi delle perquisizioni a bordo, dei sequestri, dei dirottamenti, degli sgarbi inflitti loro dagli ufficiali inglesi o francesi, e scorgevo nei gesti convulsi delle mani coi quali riproducevano la scena l’impazienza ancor viva della reazione a stento raffrenata, ben comprendevo l’esasperazione del loro sfogo conclusivo: — Ma insomma, — dicevano — non è umano pretendere da noi che si abbia ii sangue delie lucertole; vietarci di scagliare in mare quei mascalzoni; imporci, in nome della disciplina nazionale, una calma che rasenta la vigliaccheria, perchè Trieste è la più colpita dai danni del blocco anglofrancese, è la più martoriata, e noi abbiamo con quei pirati una questione personale da risolvere. Na-zario Sauro l’avrebbe già risolta da un pezzo. O fieri mai’inai giuliani, voi avete certamente salutato, per primi, con ampio respiro di sollievo, la dichiarazione di guerra dei 10 giugno. E vi sarà sembrato, anzitutto, di apprendere l’annunzio della vostra liberazione, quando poteste leggere nel Popolo d’Italia (25 giugno 1940) queste parole ispirate e forse dettate dal Duce stesso come per compensarvi della vostra fremente ma paziente attesa : «Ripensiamo ai capitani della nostra Marina mercantile, e ai loro ufficiali, e alia loro gente di equipaggio, e a tutto ii tempo che durarono le vessazioni del controllo inglese, ripensiamo ai difficili momenti in cui, rappresentanti sui mare della loro grande Patria mediterranea, i nostri capitani dovevano sottostare alle intimazioni, ricevere gli ufficiali inglesi, mostrare libri e documenti, aprire le cabine e ie stive, essere tuttavia signori e salutare a denti stretti il nemico, perchè quelli nemici erano già, fino da allora, anche se era troppo presto per prenderli per il collo e scaraventarli in acqua . . . «Bisognava veramente, per restare padroni dei propri nervi di fronte a tante provocazioni, che i nostri ufficiali ed equipaggi avessero chiara coscienza di compiere un sacrificio che sarebbe sta-