TENTATO AVVELENAMENTO 1)1 PARIDE ZAJOTTI 19 Ed all’Acerbi, ex direttore della Biblioteca Italiana, il noto giornale di letteratura classica avverso a tutti i novatori e che costava fior di quattrini al governo austriaco, accennando ai tempi ormai lontani della comune collaborazione letteraria e giornalistica e paragonando quei giorni invidiabili ai presenti, constatava i disinganni, le amarezze-e gli sconforti che gli serbava la vita. A Vittorio Barzoni — ricordandogli con sconsolato accento gli inciampi e gli ostacoli d’ogni genere da superare per percorrere la inflessibile linea del dovere — sorte della sua coscienza, affermava di non voler abbandonare la virtù per placare la calunnia tenendo alta la fronte e passando con dignità attraverso le umane ingiustizie (12). Ma quanta sofferenza doveva sopprimere in cuor suo, per foggiare il suo spirito a questa forzata maschera disdegnosa e serena! Quei processi dovevano infatti fiaccarne la fibra e procurargli la malevolenza e il livore degli italiani e nessuno speciale onore dal governo che aveva con tanto zelo servito, a meno che non si voglia ritenere tale la destinazione a Presidente del Tribunale di Trieste, come quei patrioti hanno infatti interpretata la nomina dell’ancor giovane magistrato trentino a quel posto. Ma breve doveva essere il suo soggiorno nella città di S. Giusto, giacché improvvisamente si spegneva il 29 dicembre ’43 appena cinquantenne, poco dopo essere rientrato a casa dall'ufficio. La sua immatura fine resta ancora avvolta nel mistero. Se la Polizia — come ricorda il Tamaro — fatta eseguire l’autopsia, smentì recisamente la voce di un veneficio per vendetta politica, narra invece il Machlig che lo Zajotti, giunto alla porta di casa, vi aveva letto delle parole scritte col gesso, che dicevano: «tu credi di vivere, ina tu porti con te la tua morte» e che era stato infatti avvelenato per vendetta del mal fatto ai patrioti italiani (13). Questa avversione aU’inquisitore dei processi della Giovane Italia doveva continuare anche dopo la sua immatura fine; infatti sulla tomba decretatagli dal comune di Trieste, il suo nome non esiste più, quella tomba fu deturpata dai patrioti triestini, che vollero con l’oblio e il silenzio esprimere il disprezzo per quel magistrato trentino, giunto nella loro città con cosi triste fama, per rinnovarvi — come dicevano — le gesta infauste ed infamanti di Milano (14). Secondo il Luzio (15), alla condanna troppo sommaria pronunciata contro di lui in nome del patriottismo, sarebbe tempo facesse posto un più sereno e riposato giudizio sul conflitto del quale egli fu vittima, giacché ad un attento osservatore, la sua vita ha aspetti veramente tragici, che impongono pietà e rispetto. A questo autorevole invito ci associamo di cuore ripetendo l’augurio che Io Zajotti, uomo più disgraziato che colpevole — come lo definì nelle sue Memorie il senatore Scipione Sighele (16), che gli fu collega a Trieste e di lui conservò una profonda stima — possa attraverso un perseverante e paziente lavoro d’indagine, essere se non riabilitato, per lo meno messo sotto più umana luce agli occhi contemporanei. Quanto diffusa fosse fra i patrioti e la gioventà ascritta alla Giovane Italia l’animosità verso l’inquisitore di quei processi, lo prova l’episodio che qui si illustra sulla base degli atti che lo concernono, conservati in un fascicolo a parte nel R. Archivio di Stato di Milano.