TENTATO AVVELENAMENTO DI PARIDE ZAJOTTI 17 Sullo Zajotti quale inquisitore dei processi della Giovane Italia — carica ben gravosa per un italiano, da lui certo non ambita e che gli valse le critiche e l’odio generale — non è stato ancor scritto con equità e serenità. Solo in base ad un attento esame dell’ampio materiale di quei processi, come è stato già fatto dal Passamonti e dal Luzio per quelli quasi contemporanei piemontesi, si potrà quindi formulare su quel magistrato trentino un giudizio storicamente imparziale. Le sue relazioni, le sue requisitorie, stese in uno stile chiaro e preciso e con tutta la cura di quel letterato classicista qual era, sono veri modelli di eloquenza parlamentare per la fierezza e la forza con la quale nell'insieme illuminano la gran massa delle risultanze. In tutti i processi della Giovane Italia si vede ardere un ben doloroso conflitto, una lotta accanita, disperata fra i cospiratori prigionieri e le severe disposizioni del codice penale austriaco che imponevano quasi ai giudici di ghermire dagli imputati denuncie e confessioni, dopo averne fiaccato la fibra e l’energia con spossanti interrogatori, circostanza questa di cui è necessario tener il debito conto nel giudicare chi era obbligato ad im-_parzialmente applicarle. Il lealismo di Paride Zajotti — legato per sentimento e per gratitudine al sovrano ed allo stato che serviva — era certo indiscutibile, come pure la sua inflessibilità nel compiere il proprio dovere di magistrato. Chiamato infatti dalla fiducia del governo al delicato ufficio di giudice istruttore in quei processi eminentemente politici, ne vennero messe a ben dura prova l’integrità e la coscienza, combattuto com’era fra i rigidi doveri d’impiegato legato ad un sacro giuramento, e le superstiti, insopprimibili idealità di italiano. In tale arduo incarico — la cui assunzione egli ha sempre considerato come un grave sacrificio compiuto per lo stato con tutta serietà e completa dedizione — lo Zajotti ha però mostrato altrettanta acutezza nell’abbozzo ed esecuzione del piano di inquisizione, quanta umanità nel trattamento e nella condanna degli inquisiti. Durante tutto questo periodo, dalla primavera del ’32 alla fine del ’34, egli —del resto cosi amante della società — non ha mai frequentato nè un teatro, nè una brigata brillante, assorbito com’era dalle sue attribuzioni professionali che non gli lasciavano un attimo di sosta. La rigidezza e la scrupolosità nelle sue ingrate mansioni di magistrato devoto alFAustria, per quanto fossero generalmente criticate appunto perchè egli era italiano, non bastano certo ancora - a nostro avviso - per consentire col recente giudizio del Montini (2), che l’inquisitore Zajotti aveva di gran lunga sorpassato il suo conterraneo Salvotti, acquistatasi una ben triste fama coi processi del ’21, corroborandolo - come del resto già fecero il Vannucci (3) e il De Castro - con quanto scrissero i due inquisiti Gabriele Rosa e il maestro Agostino Caggioli e incidentalmente un letterato celebre, Piero Giordani, costretto a tre mesi di prigione a Parma, per avere inviato a Milano la notizia dell’uccisione del direttore di polizia Edoardo Sartorio. Il Giordani infatti — amareggiato per questo intermezzo carcerario, da lui attribuito allo Zajotti — paragonandolo a quel Ser Maurizio dell’inquisizione criminale di Firenze sotto Alessandro Medici, lo gratificava ironicamente del nome di Ser Maurizio il grande (4). Secondo il Rosa, lo Zajotti prolungava e moltiplicava a stùdio gli interrogatori per spossare gli accusati ed avere men riflessive risposte; usava