Pubblicazioni e ricerche archivistiche sugli esuli napoleonici a Trieste 315 zioni tavolari. Onde impedire che pubblici funzionari ed alti ufficiali «dovessero sopportare che si pronunciassero in loro presenza i titoli incriminati, furono varie volte «pregati» a non partecipare alle serate che Gerolamo, Elisa e Carolina davano nei loro palazzi e dove tutti indistintamente cosi li apostrofavano. Le lettere che nell’indirizzo contenevano tale qualifica, furono nondimeno trasmesse al loro destinatario (33). Tutta questa complicata ed aguzzina letteratura poliziesca nei confronti dei Napoleonidi e degli altri personaggi del Primo Impero profughi nell’Austria metternichiana, fu però lungi dal poter venire applicata alla lettera. Come sempre accadeva nella vecchia Monarchia degli Absburgo, la sfrontatezza e l’astuzia riuscirono anche allora ad eludere le leggi e a giocare le autorità. Si girarono cosi ad esempio spesso le restrizioni per gli acquisti fondiari e immobiliari, ponendo il Governo di fronte al fatto compiuto. Come lo Zar Alessandro I, contro la cui vita i bonapartisti complottarono nel 1818 (34), era incline alla compassione in seno alla Conferenza ministeriale di Parigi, così l’imperatore Francesco I cedeva poi sempre e il Principe Cancelliere, che lo signoreggiava, col suo senso moderatore di vecchia volpe, lasciava correre, se anche dopo molte tergiversazioni e talora antipatiche ritorsioni. Prima dei Cento giorni invece egli era andato, in questo riguardo, molto oltre a quanto stabilito in seno al Congresso di Vienna e nei trattati, da lui stimati troppo blandi (35). Nella questione dei titoli egli poi non volle intelligentemente mai infierire; sapeva che era una questione formale, la quale non poteva incidere sul suo sistema di governo e sui principi ai quali s’informava la Santa Alleanza (36). Nel 1820 gli ex Ministri e generali napoleonici riebbero il titolo di Eccellenze. Non tollerò però mai che i Bonaparte si dessero pubblicamente qualifiche reali (37). Ciò nondimeno queste abbondano nelle registrazioni degli atti di battesimo e di matrimonio dei libri parrocchiali triestini (38). Fouché poi usò a Trieste sempre del suo titolo di Duca d’Otranto, tollerato dalle autorità locali (39). Nel complesso si trattò di una lunga serie di provvedimenti severissimi nella lettera, ma labili e fluttuanti nella loro applicazione, anche da parte della Santa Alleanza, data la struttura ibrida della stessa, gli interessi convergenti che la divoravano e la consapevolezza intima, almeno in quell’acuto spirito volterriano che era il Principe de Metternich, che un sistema che si proponeva di cancellare i solchi profondi scavati dalla Rivoluzione e dall’impero, per ritornare all’aancien regime», era condannato prima o dopo ad essere irremissibilmente travolto dalla storia, che non si può arrestare o far retrocedere. E noi sappiamo che la mancanza di fiducia in se stessi e nella perpetuità del regime instaurato, se anche vagheggiato come il migliore alle proprie concezioni politiche ed interessi e al bene del proprio Stato, toglie ogni unità, conseguenza ed efficacia ai propri atti. Per i nemici ogni concessione strappata fu un segno di debolezza e contò solo la parte esosa del trattamento poliziesco, talora volgare e ridevolmente palese e di questa essi si servirono, ingrandendola e contrafacendola debitamente, per la loro propaganda rivoluzionaria. Dopo la morte del Bonaparte il 5 maggio 1821, Re Luigi XVIII graziò vari proscritti e alcuni condannati a morte in contumacia e la Conferenza ministeriale di Parigi permise lentamente ai Bonaparte di riunirsi in Italia, com* fu la loro costante aspirazione. Furono scelti lo Stato Pontificio e il