304 LEONE VERONESE lasciato soli nei vostri sacrfici e con voi anche noi vogliamo un’Albania grande e forte». Parla poi il professore Giuseppe Shirò che dice: «Io non sono padrone della parola in questo momento; io non so dire, o fratelli, ciò che il cuore sente». L’oratore confuta la triste e calunniosa leggenda che gli Albanesi sono barbari e refrattari alla civiltà, additando ai nemici le condizioni floridis sime delle colonie albanesi sparse per la terra, dimostra che la gente skipetara ha dato l’esempio quasi unico nel mondo in cinque secoli di lotta del suo attaccamento alla propria nazionalità; tratteggia la necessità per l’Italia e l’Austria di costituire un’Albania grande e forte, che sia una diga all’espansione dello slavismo e rivolgendosi agli alleati balcanici conchiude col dire: «Dateci dieci anni di tempo e vedrete chi sono gli Albanesi». Altro oratore che sale al podio è il sacerdote valacco Foti Balomaci — una «imponente figura di robusto vecchio, dalla lunga barba grigia, che porta il saluto e l’espressione dei sentimenti di solidarietà dei Kutzo-Valacchi della Macedonia. A lui succede il barone magiaro Franz Nopsca, che accolto da applausi dichiara di parlare in albanese per quel po’ che apprese in una lunga sua dimora fra i Malissori, e, ricordato che Albanesi e Ungheresi furono alleati, ne trae un auspicio per l’avvenire della nuova Albania. Al Congresso ha porto il suo saluto il Principe romeno Alberto Ghika, d’origine albanese, il quale fra altro dice: «Recentemente, poche settimane fa, il Ministro della Pubblica Istruzione del Governo romeno S. E. Take Jonesku, mi dichiarò che per aiutare lo sviluppo del popolo schipetaro aprirà delle scuole albanesi in Romenia. Ma io sono un soldato e non faccio della diplomazia e pertanto vi dico: Volete voi, degni discendenti di Skanderbeg, l’Albania grande coi quattro vilajet di Kosovo, Scutari, Monastir e Janina? Prendiamo le armi!. Io sono pronto a servire come semplice soldato la Patria dei miei avi. Non la conferenza di Londra, non le trattative diplomatiche occorrono a noi; ma la bandiera, fucili e cartucce!» Questi discorsi, questi interventi di personalità fra le più illustri dei Balcani dànno un’idea dell’importanza del Congresso di Trieste. Chi non potè venire mandò le sue adesioni, come ad esempio il Principe albanese Bib Doda dei Mirditi. Si ricordò al Congresso che alla Principessa Elena Ghika Giuseppe Garibaldi aveva inviato il famoso messaggio con le parole: «La causa degli Albanesi è mia». Nel verbale del Congresso non mancano particolari che illustrano l’alta passione degli Albanesi in quei giorni così saturi di storia, quando la patria schipetara era ancora in fiamme e si combatteva lungo i suoi confini; da Scutari e Janina, contro Serbi e Greci. «Bajram Doclani — dice il verbale — si alza a parlare. Il valoroso guerriero di Giacova, vestito con l’abito nazionale, sale sul podio e rimane un po’ interdetto dalle entusiastiche acclamazioni del Congresso. Egli è abituato a parlare alle severe e solenni riunioni delle montagne, ove l’adesione si dà semplicemente con un cenno del capo e l’applauso suona scherno ... Ma ora deve suo malgrado adattarsi ai battimani occidentali e trova tutta la sua calma per fare una breve ed energica dichiarazione: «I Serbi -— egli dice -- più che i Greci, più degli stessi Montenegrini — loro fratelli in tutto e per tutto — hanno abbattuto case e distrutto campi; hanno massacrato vecchi, donne, fanciulli; hanno fatto scempio con la mitraglia di prigionieri!... Io giuro che per quel po’ che posso io contribuirò acche Kosovo sia un cimitero di Serbi». Un altro patriota al-