IL MUSEO GARZOLINI PROPRIETÀ’ NAZIONALE 251 eleganti o complicate o stravaganti volute e trafori e dentelli. Il secreto, il timore, la diffidenza umana qui possono trovare una documentazione favolosa. Ce n’è d’ogni regione, d’ogni stile, d’ogni secolo. Si va dagli anni che precedono Cristo, ai giorni nostri. C’è il Quattrocento degli umanisti e il Settecento arcadico, l’armonioso Cinquecento e il romanticismo ottocentesco. Dai serrami in ferro, passate ai ferrami vari. Ed ecco alari e bracciali, catene e acciarini, e macinini e caffettiere e attizzatoi, e forbici e ferri da stiro, e cancelli e cancelletti e fanali, e lanterne lucerne lumi e lumini, pialle palette paragocce, armi e temperini, incudini e graticole, staffe speroni spremitoi, torcere e smoccolatoi, raspe e posate, uncini raffi chiodi, iibbie stampi tagliole. Sono 3400 ferri vari, oltre ai 5800 serrami della prima collezione. Poi vengono bronzi e bronzetti, con cui s’affratellano peltri e ottoni e rami. Calici e acquasantiere, clessidre e calamai, croci astili e statuette, ostensori e fiorentine, e campane e campanelli e bùbboli e sonagli, turiboli e incensieri, scaldaletti e secchielli, timbri stampi vasi sigilli. Il salotto e la cucina, l’officina e la sacrestia sfilano davanti ai nostri occhi pensosi o incuriositi: e balziamo da un maniero guerresco del ’400 a una rustica chiesetta del nostro tempo, o dal ridotto d’un carnevale veneziano avanziamo nella sala d’onore d’una festa cinquecentesca. La materia bella non manca in alcun luogo qui: e tuttavia questi bronzi bronzetti e rami forse dimostrano più evidente che le altre raccolte il sigillo inconfondibile dell’arte. Quelle teste in bronzo che servirono da tiranti per porte potrebbero parlarci più chiaramente il linguaggio della perfezione rinascimentale? Abbiamo grazie morbide di bronzisti veneti, asciutte essenziali eleganze fiorentine e toscane, parlanti autorevolmente il linguaggio dei Vecchietta e dei Verrocchio, dei Donatello e dei Pollaiolo. Poche cose, forse nessuna della collezione triestina potranno arborare questi nomi grandi. Non importa: qui siamo nell’arte minore, artigiana e popolare, che ricorda e ripete, cerca di intendere e divulga. Le grandi cose qui prendono dimensioni e significati domestici: ma tutti questi piccoli oggetti intonavano e coordinavano un ambiente, fondevano e compievano un clima. E sono cose anch’esse originali, anche se d’originalità subordinata e modesta. Rivivono anche per esse il Trecento e il Quattrocento, il Rinascimento e l’Arcadia. E sono tutte autentiche. Questo è uno degli altissimi pregi del Museo Garzolini, pregio che non possono ripetere le pur straripanti collezioni d’oltremonte o d’ol-treocceano. Questo è tal merito e tal titolo d’onore per il gusto e la dottrina del raccoglitore, che fece esclamare di meraviglia più d’uno dei grandi critici d’arte d’Europa e d’America che salirono alla villa di Scorcola. Che l’intuizione geniale del piccolo oggetto d’arte sia innata in Eugenio Garzolini, lo dimostra a contrariis anche il fatto che dove egli incontrò nei suoi peregrinaggi di scoperta e conquista l’arte maggiore, raramente scoprì il pezzo monumentale, o per lo meno volle puntare su di esso. Nelle statue e nei bassorilievi, nei busti e nei quadri infatti nomi veramente significativi non si trovano. Garzolini era nato per il piccolo oggetto anonimo e significativo: è come dotato d’una seconda vista, sicura e incisiva, che lo porta a scovarlo dove nessuno l’aveva scorto o apprezzato: nelle soffitte o tra le ferraglie abbandonate, nei casolari sperduti di campagna o nei ripostigli d’una sacrestia deserta. E’ la prova sicura d’un gusto raffinato e d’una