22 PIETRO PEDROTTI Come abbiamo già ricordato, i documenti qui esaminati si trovano in un fascicolo a parte presso il R. Archivio di Milano: essi vengono quasi tutti a risparmio di spazio riassunti, seguendo — ben inteso — l’ordine cronologico (25). Il 29 gennaio ’34 il consiglier aulico A. Mazzetti, presidente delPi. r. Tribunale Generale d’Appello e Superiore Giudizio Criminale di Milano, riceveva dal suo conterraneo consigliere d’Appello Paride Zajotti allo stesso Tribunale ed allora — come abbiamo ricordato — giudice inquirente dei processi della Giovane Italia, la seguente lettera: IU.mo Sign. Consg. a. Pres. L’inquisito Dr. Carlo Lamberti, allorché terminato il suo costituto stava testé per essere rimandato al suo carcere, si volse al consesso, e si fece a dire che aveva un’altra circostanza da significare, ma che non sapeva, se fosse tale da essere messa a protocollo. Dopo questo preambolo egli venne ad esporre, che verso la metà di maggio del passato anno, il suo amico Luigi Tinelli lo aveva richiesto come medico d’indicargli un lento veleno, esprimendogli, che era destinato per me, ed anche per un altro individuo, e che doveva esser lento, affinchè i suoi effetti fossero attribuiti a qualche altra-causa naturale. Esso Lamberti si schermi dal fornire una tale indicazione, allegando di non essere istrutto in una siffatta materia. Il Tinelli però pel corso di due settimane rinnovò più volte le sue istanze, chiedendogli fra le altre cose, se ì’acqua toffana (26) non sarebbe sjata a proposito, e aggiungendogli, che si avea già rinvenuto un giovane di caffè, il quale profittando dell’occasione, che una qualche rara volta io entrava alla state momentaneamente nella sua bottega a prendervi qualche rinfresco, si era esibito di propinarmi quella qualunque sostanza venefica, che all’uopo gli fosse somministrata. Esso Lamberti ora con un pretesto ed ora coll’altro, lasciò cadere anche le premesse ulteriori interpellazioni del Tinelli, e quest’ultimo, dopo il preaccennato spazio di due settimane, abbandonò anch’egli un tale argomento, nè più gli mosse alcun somigliante discorso. Intorno a che anzi il Lamberti disse di dover osservare, che dalle parole di esso Tinelli gli era sembrato di poter raccogliere, che un tale progetto era partito altronde (?), e doveva essere una macchinazione della setta in genere, mentre il Tinelli medesimo per parte sua parlava di me in modo da escludere ogni idea di astio personale. Ricevuto verbalmente questo racconto, sempre alla presenza del Consesso composto dell’attuario Karis e dei sign. assessori Moroni e Corvi, io credetti di dover ricondurre al suo carcere il Dr. Lamberti, senza redigere in formale protocollo le predette di lui rivelazioni, in quanto che mi parve, che trattandosi di un fatto che mi riguarda in modo così diretto, fosse invece più regolare di tosto sottoporre a Lei, S. Consigl. aul. Pres., una tale emergenza per quelle disposizioni, che nella somma sua saggezza trovasse di compiere. Nel tempo stesso però, che cól presente ossequioso rapporto io adempio ad un tale preciso mio obbligo, La prego di volermi permettere, che seguendo il vivo impulso del mio dovere, io Le soggiunga che il premesso rilievo non potrà mai menomamente influire sulla mia imparzialità, nè smuovermi per un istante dall’intrepida applicazione della legge nell’esercizio delle mie funzioni.