238 GUIDO POSAR-GIULIANO CAPITOLO XI. CONCLUSIONE. Lungo il presente lavoro abbiamo trovato da una parte Venezia stretta attorno ai suo Doge come un’anima sola, una sola intelligenza; dall’altra parte abbiamo vista lTstria con la collana delle sue cittadelle marinare raccolte ognuna in sè stessa, indifferente o quasi alle vicende delle consorelle. Venezia dotata di una intelligenza veramente «commercialesca», calcolatrice, riflessiva, fine, rivela in ogni sua mossa uno studio profondo inteso a prevenire le eventualità, i possibili ostacoli. Ogni nuovo evento, ogni improvvisa minaccia sono da essa accolte con calma e superate con fermezza come se quegli eventi, se quelle minacce non le fossero nuovi ed improvvisi che in apparenza, previsti e lungamente studiati in realtà. Le città istriane invece hanno in sè un qualche cosa di provincialesco, di grossolano. L’essere in tante ed ognuna per sè, dà loro un’aria di disordine, di impaccio, si imbrogliano, si agitano, si temono, non sanno prevedere, non pensano più in là di quello che l’ora richiede. Bastonate dai pirati, vorrebbero mostrarsi grate a Venezia che è venuta loro in aiuto ma, un momento dopo, prese dallo spavento che Venezia volesse profittare per assoggettarle, saltano su in una clamorosa rivolta contro la Repubblica. Basta però che questa decida l’interruzione dei rapporti commerciali perchè lTstria ritorni in sè e si inginocchi dinanzi a Venezia supplicando perdono. Quando finalmente nel XII secolo Venezia vorrà decidere la sua posizione in Istria, saranno nuove ribellioni, ci sarà la guerra da parte delle nostre città finché ci cascheranno sotto il primo colpo dato con un po’ di energia. Incertezza, titubanza, grande imbarazzo, grande povertà intellettiva: ecco l’Istria di allora. Essa si era ben accorta di essere necessaria a Venezia, che questa aveva di lei immenso bisogno, ma non voleva convincersi che anche lei stessa, l’Istria, aveva più che mai bisogno di Venezia. L’Istria voleva trattare con Venezia da pari a pari! Non considerava la sua sottomissione a Venezia come un vantaggio, un guadagno in sicurezza, in generale benessere, in prestigio ma come un grave pericolo, come un servaggio indegno di sè. E se nei primi secoli (IX-X) un tale timore poteva trovare delle giustificazioni nel fatto che anche Venezia era appena in sul sorgere, era quindi ancora debole, paragonabile ad una qualunque delle nostre città istriane, l’avversione invece di queste per Venezia dopo il 1000 non trovava altra giustificazione che nei diritti di libertà comunale. Ma per il benessere, per la pace feconda, per la propria sicurezza contro nuovi pericoli le nostre città avrebbero dovuto comprendere la necessità di darsi a Venezia! L’Istria dovette sostenere delle gravi situazioni, delle violente lotte interne per mantenere il suo equilibrio: da una parte c’era il desiderio dell’autonomia e della parità dei diritti in terra e in mare, desiderio sostenuto, favorito dalla grande debolezza dellTmpero; da un’altra parte c’erano le continue, esasperanti minacce dei pirati e Venezia che con generosa spontaneità si lanciava a combatterli e troppo spessa (almeno nei primi tempi) con suoi gravi sacrifìci. Da una parte dunque le nostre città marinare avevano il miraggio della piena libertà, da un’altra parte avevano il reale pericolo e la reale generosità di Venezia per la quale l’Istria, in coscienza, ¡trovava sentimenti di vera gratitudine e di devozione. Ma in questa difficile posizione del dover scegliere fra il chiudersi in una sterile tradizionalità di libertà pericolose e il vantaggioso piegarsi a Venezia, le città marinare istriane non seppero quasi mai trovare una loro netta decisione e se non fosse stata Venezia a mettere le cose a posto con la forza, l’altalena, a cui l’Istria si era data, sarebbe continuata chissà fino a quando e chissà come si sarebbe conclusa. L’Istria dunque, come dissi, nell’incapacità di scegliere fra una pericolosa libertà e un vantaggioso servaggio, si diede a un’altalena, a un compromesso: anzitutto voleva l’autonomia: questa era una necessità morale