60 MARINO SZOMBATHELY imperiale due dei consiglieri dovevano essere nominati dal governo; a Vienna sussisteva un Comitato viennese del Consiglio di amministrazione ed un commissario governativo assisteva alle sedute. Quasi ciò non bastasse, nel 1904, alla vigilia della rinnovazione del contratto col governo, si ritentò di portare il Lloyd a Vienna. La viva reazione della città fece svanire il pericolo, ma si riparlò del trasporto due anni dopo, suscitando nuove proteste anche da parte di tutti i deputati italiani alla camera di Vienna e delle Giunte dellTstria, di Gorizia e di Zara. Ma il governo pur rinunciando a trasferire la sede, stabilì che le sedute del consiglio e le assemblee si tenessero a Vienna. La nuova convenzione, che era stata abbastanza favorevole, ed un prestito concesso per mettere in servizio nuove navi, ravvivarono l’attività del Lloyd, alla direzione del quale fu posto Alberto Frankfurter che riordinò, sveltì e concentrò i servizi. L’arsenale, che per tutto il 1904 era rimasto inoperoso, costruì nuovi tipi di navi per le linee di Dalmazia, del Levante e dell’Egitto, e prima di essere trasformato in un cantiere di riparazioni varò nel 1910 e nel 1911 due belle navi, il «Vienna» e lo «Helouan». Così sotto buoni auspici si poterono festeggiare i 75 anni dalla fondazione, e nel 1914, sebbene il Lloyd avesse rinunciato alla linea del Sud America (era sorta intanto l’Austro-americana dei Cosulich) la sua attività era in pieno flore, con un utile lordo di oltre 12.000.000 di corone, un fondo di riserva di 18 milioni e 100.000 tonnellate di nuove navi costruite in sette anni. La guerra paralizzò le linee del Lloyd, che dovette sospendere la navigazione oltre Cattaro. Nell’agosto del ’14 al largo di Rovigno una mina fece affondare il «Barone Gautsch». Tre navi furono catturate dagli inglesi, altre sei poterono rifugiarsi in porti ancora neutrali, un migliaio di dipendenti fu richiamato in servizio militare, non pochi s’arruolarono nell’esercito italiano, come i capitani Banelli e Viezzoli ed Ermanno Geromet, caduto da prode sul Podgora. Dopo il maggio del ’15 cessarono anche le linee adriatiche e la direzione fu trasferita a Vienna; la flotta superstite fu disarmata ed internata a Scardona, alcune navi vennero ridotte ad ospedale, altre poche requisite dall’amministrazione militare per una linea Fiume-Dalmazia-Al-bania. Dopo la redenzione, il professor Lodovico Jeroniti, già direttore dell’arsenale, nominato il 4 novembre del 1918 dal generale Petitti Regio Commissario per il Llòyd, ebbe un arduo compito: la flotta era dispersa e contesa, distrutta l’organizzazione all’estero, chiuse le fonti dei traffici. Ma già il 15 novembre un mas entrò a Scardona, su 12 navi si issò il tricolore ed il capitano Viezzoli assunse il comando del «Trieste». Ma a Parigi, alla Conferenza Marittima Interalleata, se si concesse l’utilizzazione provvisoria del naviglio adriatico con l’uso della bandiera interalleata accanto alla nazionale, e l’esercizio da parte dell’Italia di tutte le navi trovate nei porti adriatici occupati, si pretese invece di considerare questo naviglio come bottino di guerra, da ripartire tra gli alleati proporzionalmente alle perdite da essi patite. Non era chiara nè rassicurante nemmeno la situazione giuridica della società, poiché il Consiglio di amministrazione e la Direzione generale erano rimasti a Vienna e potevano prendere impegni gravidi di conseguenze, e non si sapeva in che mani fossero finiti cospicui pacchetti di azioni. Il conte Dalla Zonca e Giulio Uccelli, preso contatto con la «Comit», e ottenuto il consenso del governo, acquistarono dalla Banca Union di Vienna