TENTATO AVVELENAMENTO DI PARIDE ZAJOTTI 21 Dalle confidenze del Lamberti qui sotto ricordate il nome dello Zajotti era associato a quello di Raimondo Doria, tradotto a Milano dal Piemonte in seguito a richiesta dell’Austria nel gennaio ’32, per esservi udito nei processi Albinola-Argenti-Spinola iniziati appunto allora dal Tribunale della capitale lombarda. Molto è stato già scritto su questa bieca figura di ex settario, di avventuriero, di traditore e di spia (23); egli ebbe commutato il carcere in temporaneo bando dai regi stati, appunto per essere messo a disposizione della Polizia e del Tribunale di Milano dove per le sue interessate delazioni era riescito a vibrare un fierissimo colpo a molti inquisiti della Giovane Italia. Per la polizia austriaca, per i tribunali, per l’inquisitore Zajotti, egli era Stefano de Gregori; oltre ai compensi in denaro egli aveva ottenuto anche per le sue tanto utili conlldenze l’impunità: le autorità austriache se ne servivano, lo proteggevano, pur disprezzandolo. Malgrado si trovasse a Milano sotto falso nome, il segreto della sua dimora fu presto scoperto dai mazziniani che decidevano tosto con una ingegnosa macchinazione di sopprimerlo. Il de Gregori aveva seco un fanciullo, affidato alla custodia di certa Maria de Bernardi, prestante e formosa giovane, che non era rimasta insensibile alle lusinghe di un assiduo vagheggino: quando però il fortunato conquistatore — un affiliato alla Giovine Italia — credeva di poter indurre l’amante ad un delitto, cioè a mescere nelle bibite del padrone una polvere venefica verso lauto compenso, essa resistè alle ingiunzioni del sicario, che esasperato la feriva mortalmente'. Nei documenti qui riportati si fa cenno di questo già noto attentato del maggio ’33 contro il delatore impunitario Doria, come pure di un altro sin qui ignoto, da compiersi press’a poco all’epoca istessa, non solo contro il Doria, ma anche contro lo Zajotti, attentato che da parte degli affiliati alla Giovane Italia doveva segnare una seria reazione delle forze vive nazionali contro i traditori e contro chi — come l’inquisitore trentino — aveva raccolte dagli stessi tante ignominiose delazioni, determinando cosi l’arresto di molti compagni, nella speranza che la violenta soppressione di queste due persone cosi generalmente odiate, potesse indurre l’Austria di Metternich a più miti consigli con le giovani forze nazionali in continua ascesa. Malgrado le diligenti indagini della polizia, le confidenze del Lamberti su questo criminoso proposito attribuito al Tinelli, non hanno potuto essere provate, essendosi tralasciato un confronto fra i due inquisiti, ritenuto inopportuno agli effetti delle risultanze generali di quei processi, e che certo sarebbe stato l’unico procedimento da tentare ancora per ottenere su questo progettato veneficio un po’ più di luce. Lo Zajotti — trattandosi della sua pelle — avrebbe potuto imporre tale confronto, consapevole com’era, quale inquisitore di quei processi — e questi documenti lo provano — di quanto fosse esecrato il suo nome fra gli affiliati della Giovane Italia e quindi quale continuo pericolo corresse la sua vita. Il non averlo sollecitato, credendo forse per una sodisfazione del tutto personale e soggettiva, di compromettere od alterare in tal modo quanto avrebbe forse potuto ancora apprendere da quei due importanti inquisiti agli effetti dell’andamento generale dell’inchiesta in corso, deve ascriversi — a nostro avviso — ad onore di queirintegro magistrato, che impavido voleva compiere fino in fondo il suo dovere, pur sapendo che tale linea di condotta avrebbe potuto riescirgli fatale.