2 MORELLO TORRESPINI I al suo foltissimo e plaudente uditorio, una era dedicata a San Giitsto, e questa era assolutamente inedita. Ne domandammo il testo all’autore per la nostra rivista e il Torrespini ce l’ha mandato con una lettera dalla quale riproduciamo quanto può servire all’apprezzamento de’ versi. Oggi, dopo la Conciliazione dello Stato con la Chiesa, cade ogni scrupolo e timore che, nel 1918, trattenne il poeta dall’avventurare la sua stanza tra i pericoli di erronee interpretazioni. Oggi che si parla tanto di „pace con giustizia” e per la pace con giustizia si combatte una nuova durissima guerra, la voce del nostro San Giusto, che fa appello alla sapienza e alla forza della Roma imperiale e cattolica, risuona più opportuna che mai. «La P. 0.» Eccoti, mio caro Pasini, con gli auguri di ogni bene per il nuovo anno, la strofa inedita, e finora ignorata, della «Canzone delPOfferta», che nella mia recente serata di poesia ha prodotto forse nel pubblico qualche sorpresa; in te non più. La storia della «Canzone» tu la sai meglio di me, e come, e per quali circostanze essa si venne accrescendo nel tempo. Ma questo San Giusto, no; che nacque proprio nel ’18 con la prima ispirazione del canto e tenni sempre nascosto, non parendomi i tempi maturi a uno spregiudicato suo intendimento; questa maravigliosa figura, ch’io ebbi allora a tutta mia disposizione, poteva assai facilmente parere o un troppo abusato e volgare luogo comune, o — peggio — una meschinità di parte, da cui proprio proprio la mia poesia vuole elevarsi. Così, seppure venuta ad un parto stesso con l’altre stanze della «Canzone», questa strofa fu allora, a mio vivo malincuore, sacrificata; il suo posto fu, più tardi, colmato, come tu sai, dalle due stanze dell’«Assunto» e dell’«Ignudo» (1). Di un San Giusto nessuno seppe mai nulla; e io stesso finii col dimenticarlo. Sarebbe stato bene? Non so. Ma, quest’ottobre, eccoti che il San Giusto mi ricapita, solo e spontaneo, su dalla ingrata coscienza, dentro a uno dei miei discorsi inaugurali che, al principio di ogni anno scolastico, io soglio dire — d’ufficio — propriamente lassù a San Giusto, davanti al Monumento ai Caduti, cioè su quello spiazzo che io considero come il nostro vero Campidoglio. E mi ricapita, proprio tal quale era nato, e nel miserando stato di semi-prosa e di semipoesia, in cui da ormai vent’anni l’avevo lasciato; ma con l’aria questa volta di volermisi imporre per essere finito a ogni costo. (1) Da noi già riprodotte ne «La Porta Orientale» (IV, 620-21 Per l'Assunto di Dalmazia, e VI, 65: L'ultima Stanza). (N. d. R.)