252 REMIGIO MARINI cultura solida c vasta: c il ritrovamento di quelle piccole ignote bellezze ha tutta l’emozione e la gioia d’una scoperta. Eugenio Garzolini, ch’è scrittore e poeta, dovrebbe raccontare per la felicità dei suoi lettori le avventure pittoresche del suo vagabondaggio sapiente attraverso i robbivecchi e le sof-liitte e le cantine dimenticate d’Italia. Da quanto s’è detto delle prime, si può imaginare tutto l’interesse vivo e straordinariamente vario della quarta e ultima collezione. Si va dall’acquasantiera in legno al crocifisso d’avorio, dall’anfora sepolcrale in terracotta al boccale di maiolica, dai calamai ai catini, dai bastoni ai cimieri, dalle maciulle ai mortai, dai reliquari ai tabernacoli, dalle miniature alle stampe, dagli specchi agli orologi. Per fermarsi solo a questi, più di 600 sono i quadranti smaltati qui raccolti; vetrine che non finiscono mai e contengono due secoli interi di pittura su smalto che arriva a esemplari di finezza squisita. E i cassoni e i mobili? Qui la raccolta non può estendersi molto dato lo spazio arcigno. Ma come pur riesciamo a godere anche nei non numerosi pezzi delle varie sale, quelle ottime e piacevoli architetture in legno! E i cocci della collezione? Una batteria sterminata: 2200. Qui non si tratta d’una semplice sezione, ma d’una collezione nella collezione. Qui la storia delle terrecotte e delle ceramiche, dei vasi da farmacia e delle an-guistare, dei piatti e delle olle, delle terrine e dei boccali si svolge in tutta la sua multiforme e pittoresca ampiezza da Faenza a Venezia, da Rassano a Savona dalle medievali lontananze del sec. XIV alle flessuose e cinguettanti armonie del XVIII. In Italia solo quella di Faenza supera questa raccolta. Ma il geniale raccoglitore non è contento. Teutoni e anglosassoni si sono portate via in questo campo le cose più belle ed esemplari rarissimi e unici. Qual merito tuttavia resta al nostro Garzolini d’aver salvato il salvabile: chè i suoi cocci rappresentano pure un patrimonio di aidentica bellezza. E non ci diffonderemo a parlare dei legni dove troviamo statuette di santi di delicata spirituale fattura, crocifissi di oratori e di chiese campestri che spirano un’umana pietà quale non sempre troviamo nelle opere portanti illustri nomi: produzione d’un’arte popolaresca superiore dal sec. XVI al XIX. Certi reliquari sono pezzi di valore insigne: eccelle un busto di pon-iefice non identificato, un rame dorato del 3 o 400. E ci sono sculture in pietra e in marmo, e stemmi e lapidi e frammenti di notevole importanza storica o documentaria. Vi figurano nomi di grandi famiglie italiane: Medici, Bentivoglio, Zambeccari, Buoncompagni, Chigi... Viene a proposito d’accennare alla ricchissima raccolta araldica — sempre di questa collezione — riferendosi alla quale Bernstroen, curatore del Museo di Stoccolma, espresse una lode superba. «Già da sola — egli affermò — essa attesta la prodigiosa versatilità e la personale distinzione di questo collezionista, superiore alla sua stessa opera». E facciamo grazia delle tabacchiere, una delle quali appartenne al primo Napoleone, dei ventagli, altra cospicua illustrazione del sempre splendido Settecento, delle anfore e urne romane, delle iniziali miniate di corali e messali, dei diplomi, dei suggelli, dei ritratti miniati, delle stoffe secolari.. . Se le grandi opere d’arte possono rappresentare la grande storia nostra, questa innumerevole schiera di piccole cose rappresenta la storia minore, meno conosciuta ma non meno commovente, la vita d’ogni giorno, l’intimità domestica e il costume del popolo italiano.