202 GUIDO POSAR-GIULIANO Invano si cercherebbe nella Storia una data, anche approssimativa, che ci desse un’idea sul quando sieno incominciati i primi rapporti amichevoli fra l’Istria e ie terre, al di là del suo mare, oggi chiamate Veneto. L’origine infatti di tali rapporti si perde nella oscurità della Preistoria: Affinità di origini e di razza, di lingua e di Civiltà, hanno tenute sempre strettamente unite queste due terre. E quando Augusto, nella divisione d’Italia, unì l’«Hi-stria» e la «Venetia» nella «Decima Regio» (27 a. C.) egli dimostrò di aver ben compresa la vicinanza (e non solo geografica) esistente fra queste due regioni, era cioè bene a conoscenza dei vincoli civili e commerciali che da secoli già le univano. E questa specie di loro connubio consacrato da una decisione imperiale, non è che la conseguenza logica della loro già secolare fratellanza. Da quel momento tale unione non fece che acquistare in forza rendendosi sempre più naturale, più necessaria. Dopo le glorie imperiali, la Decima Regio si trovò sempre unita in ¡spirito (se non entro l’ambito di uno stesso dominio) nella bufera delle invasioni e nelle vicende dei vari domini barbarici. Ritengo qui opportune due osservazioni e cioè: Nei primi secoli, come già si è notato, la parte dell’Istria di cui Venezia si interessò e che con questa ebbe a che fare, è solamente l’Istria costiera, anzi, per più precisione, sono solo le principali città della costa occidentale istriana, mentre le città dell’interno paiono del tutto estranee ai rapporti veneto-istriani, di esse, nei documenti che studieremo, non si fa mai il minimo accenno, proprio come se non esistessero. In secondo luogo è curioso ed interessante il fatto che quando sorse la città di Venezia (detta la Venezia marittima) essa riuscì ad accentrare in sè tutti i vincoli della millenaria fratellanza fra il Veneto in generale e le città della costa istriana in modo che queste presero ad interessarsi quasi unicamente alla nuova città della Laguna. L’Istria allora non ebbe più in faccia a sè, dall’altra sponda del mare, una ben sviluppata costa con il suo considerevole retroterra, ma tutto ciò per lei quasi svanì e vi rimase un punto solo: la città di Venezia. Questo fatto trova una ben logica spiegazione nel grande prestigio, nella straordinaria importanza che la nuova città andava acquistando rendendosi centro di gravitazione di tutte le zone ad essa circostanti. Venezia è il frutto magnifico dell’intelligente laboriosità di un popolo che, avvezzo agli agi delle grandi città, venne d’un tratto a trovarsi ridotto su dei poveri isolotti sabbiosi in mezzo alla Laguna: si trattava di ricostruire tutto! Quel popolo fuggiasco portava in sè il ricordo ben luminoso del mondo lasciato e il bisogno, fatto di profonda abitudine, di ricostruirsi quel mondo, di riacquistare, nelle nuove condizioni d’ambiente, le comodità e il benessere goduti fino al momento dell’improvvisa rovina e della fuga. Ma Venezia mai sarebbe sorta se questo suo popolo non avesse trovata in sè la sorprendente forza di sapersi adattare alle nuove condizioni e la prontezza geniale di saperle sfruttare a suo vantaggio spinto sempre avanti dall’ideale di riconquistarsi quell’ormai lontano mondo di benessere e di prestigio che non poteva dimenticare. Se quelle genti disperse, avvilite si fossero abbandonate ad una lenta morte, oggi Venezia non esisterebbe. Quelle genti invece seppero piegarsi alle più dure, forse mai provate fatiche e, adagio, adagio con la pazienza e la fiducia indefessa dei veri forti che sanno vedere nell’Avvenire, quel popolo si infrancò, si ambientò perfettamente. Nel mare, sua difesa, esso trovò anche la vita e il progresso: il sale, la pesca, i primi modesti commerci furono i passi iniziali nella sua grande fortuna. Ma a Venezia nascente si presentò questo capitale problema: Siamo sull’acqua, abbiamo bisogno di tutto, dal materiale necessario a costruire le case e le navi, al pugno di farina indispensabile per il nostro nutrimento, all’olio che illumini, la sera, le nostre dimore. Non abbiamo nulla. Il retroterra è per noi difficile preda e del resto sarebbe insufficiente a soddisfare i numerosi nostri bisogni. A noi occorre una terra che ci dia tutto, dal pane alla pietra, dal legno al carbone, dalle carni all’olio, tutto. E quale poteva essere questa terra non promessa ma desiderata dai Veneziani se non l’Istria? Nessun’altra infatti era più completamente dotata del «tutto» ad essi necessario, nessun’altra ad essi più vicina geograficamente e spiritualmente. L’Adriatico poi pareva la via di comunicazione fatta ap-