248 REMIGIO MARINI scarpe. Ma fatte queste riserve, e fatta una mentale lusinghiera riverenza alla nostra aristocrazia museologica, riconosciamo che in fatto di raccolte d’arti minori c applicate noi — proprio per questa vantata aristocrazia — siamo poveri, assai poveri. E che la grande maggioranza delle nostre oreficerie e delle nostre gemme, dei nostri ferri e dei nostri bronzetti, e delle ceramiche e dei merletti e degli avori e dei coralli sono esulati, per non più ritornare, e in Germania e in Inghilterra e in Scandinavia e in America. Sì, vi si portarono con illusa sodisfazione molte cose di pessimo gusto, e molti trucchi e molti falsi: ma, riconosciamolo, anche meravigliose e ricchissime raccolte, veri tesori di bellezza e di storia. Ecco perchè ad esempio, come mi ricorda Eugenio Garzolini, chi volesse raccontare la storia della nostra superba ceramica, è obbligato a prender la via di Berlino. Sì, grandissima parte delle nostre gloriose arti minori sono ormai domiciliate a Berlino e ad Amsterdam a Londra e a New York. E noi stentiamo, tuttavia, a renderci conto della gravità del male. Quando varca le Alpi qualche nuova collezione di ceramiche, o qualche altro complesso di ferri battuti o di bronzi, noi pensiamo filosoficamente che per quattro cocci in meno o per la sparizione di quattro vecchie ferraglie non valga la pena di farci una malattia. E abbiamo molto torto. Uno tra i giudizi che più mi fecero impressione nella dotta e intelligentissima relazione di Attilio Rossi, il commissario delle Belle Arti inviato a esaminare le collezioni Garzolini e a trattarne l’acquisto, è il seguente. Per il popolo un mobile un ferro battuto una ceramica dipinta sono spesso il tramite più diretto «per il quale esso risale col pensiero il corso degli anni e riesce a scorgere i nessi che uniscono il presente alle età lontane e meglio può comprendere gli svolgimenti e le trasformazioni dei fatti umani». E’ un’osservazione acuta che anche Tridenti in un recente ottimo articolo sul «Giornale d’Italia» fa sua. Precisamente: l’Italia ha un pubblico che intende e gode l’arte più profondamente forse che qualunque altro pubblico europeo. E non può essere diversamente nella patria di Michelangelo e di Tiziano. Ma non dobbiamo dimenticare che la grande maggioranza del nostro come d’ogni altro popolo capirà più le eleganze di un merletto che le armonie di un Raffaello, più le proporzioni d’uno stipo che la musica d’un edificio palladiano. La grande massa ha sempre del primitivo e la grazia d’una concezione le arriverà più facilmente attraverso le più agevoli strade dell’elementare e del familiare, dell’utile e del pratico. Ebbene, con il lasciarci alienare tutta o quasi tutta l’immensa ricchezza dei nostri piccoli oggetti, belli, dei nostri mobili meravigliosi, dei nostri ferri e dei nostri bronzi del nostro armonioso vasellame d’ogni secolo e d’ogni regione, abbiamo disgraziatamente tolto al nostro popolo il ponte attraverso il quale poteva con più agevole passo entrare nel tempio dell’arte grande. Quante fiaccole si spensero così nella mente e nel cuore dei nostri popolani. Quanto ricco generoso lievito distrutto: quanti germi spenti nelle nostre città e nelle nostre campagne. Non credete voi che s’è impoverito così il terreno già tanto fecondo di creatori nei secoli passati? Ricordiamo che Giotto era un pastorello, Leonardo un trovatello provinciale, Tiziano un incolto montanaro. Non crediamo noi che al tempo della nostra grande arte l’atmosfera satura, perfino nei più umili strati sociali, del sentimento del bello, rispecchiato perfino nei semplici oggetti della vita comune, abbia aiutato fecondato lo schiudersi dei nostri più grandi geni.