FATTI, PERSONE, IDEE 265 di espositori. C’è il Bergagna — seguiamo nell’elencarli l’ordine alfabetico suggeritoci dal catalogo, lasciando a parte per ora gli espositori di altre città — con tre tele di bella fattura in cui ci vengono riconfermate le belle doti di quest’artista nostro; c’è il Bidoli con un nudo di delicata esecuzione, inquadrato in un paesaggio soffuso di chiarità; il Brizzi si presenta con tre figure, fra le quali «La nonna» eccelle per profondità d’espressione, il Brumatti con tre paesaggi soffusi di chiarezza; poi vengono il Bastianutti, il Cappellaio, il Cernigoi, il Cuccoli ed il Daneo con ottimi lavori, il Fulignot con un ritratto del Zacconi di rara maestria e di vivissima espressione e con due altre tele, il Finazzer-Flori con una delicata figura, il Lannes con quattro tele in cui non smentisce le doti che ben gli conosciamo, e delle quattro «La lettura» ci appare la più significativa per costruzione e per pacatezza di espressione. Non si smentisce il Levier, che è colui che più si stacca dalla tecnica italiana, ma che ha delle rarissime qualità espressive colla sua coloritura rude e smagliante; nè si smentisce il Lucano, mite, delicato, pacato. Degne di attenzione pure le tele del Moro e del Noulian, e cosi pure quelle dell’Orlando che in ogni esposizione ritroviamo migliore sia per costruzione dell’opera nel suo insieme, sia per dominio del colore; godibile sempre il Righi coi suoi quadri di fattura delicata. E c’è ancora il Rossini sempre sereno, delicato e chiaro; 10 Sbisà che si dimostra anche qui pittore di belle qualità, il Sambo che sa portarci dalla violenza del colorè a trasparenze sottili attraverso sfumature create da un impasto sapiente, lo Spadavecchia con una marina riuscita, lo Stultus con due figure ed 1111 paesaggio costruiti con il noto sapore di classicità. Ed ancora il Sofia-nopulo col bel ritratto di Carlo Pe-rusino che ha preso il nome di «Camicia nera», la Springer con una riuscita natura morta, lo Zangrando, sempre gradito, con un autoritratto ed un paesaggio. Fra gli scultori troviamo l’Alberti, 11 Canciani, il Mascherini, il Mayer, lo Psacharopulo, il Selva, il Tamaro e lo Zorzut: un complesso superbo di bronzi e marmi che riaffermano le note qualità di questi artisti nostri, di cui alcuni di gran fama. Degli scul- tori triestini il Carà non presenta che disegni, mentre il Mascherini ci offre alcuni tentativi di acquarello che potrebbero dare lo spunto per uno studio critico fra il Mascherini scultore ed il Mascherini improvvisatosi pittore: tentativi che, almeno per ora, per il visitatore, non hanno altro valore che di curiosità. Ma un’altra cosa sono gli acquarelli del Meng come sempre originalissimi, buone le tempere del Corva, interessanti le xilografie dello Spacal. Ed ora veniamo al resto della regione. Gorizia è presente con tre quadri del de Finetti di magistrale fattura, Capodistria con tre affreschi del Predonzani che ben ci dicono sulle possibilità di questo pittore nostro, Pola con uno dei caratteristici acquarelli del Vidris. Fiume infine, che come ben ci dice il Benco, ha una tradizione artistica che si stacca dal resto della regione per esser questa città appartenuta all’Ungheria e per aver quindi, prima della redenzione, i suoi artisti studiato a Budapest, si presenta con bei quadri della Arnold e del de Gauss. il successo ha arriso a questa mostra tanto per l’affluenza del pubblico, che per l’attenzione tributatale dalla stampa. Ci fu però qualcuno che, nel campo giornalistico, volle vedere in questi nostri artisti l’influsso della scuola tedesca quasi un motivo dominante. Tutto ciò è falso, ed è frutto probabilmente di un vieto preconcetto col quale quel «qualcuno» sarà entrato nelle sale dell’esposizione. In un paio di quadri, che di fatto risentono di scuola straniera, avrà poi creduto di trovar la riprova del giudizio in antecedenza formulato. Bisogna ricordare tuttavia, che influssi stranieri si sentirono inevitabilmente in tutto quel rinnovamento artistico che dai molti nomi brevemente riassumeremo col nome di novecentismo, e non ne fu estranea nessuna città d’Italia. Soltanto che, come dice il Benco in quella prefazione al catalogo che abbiamo già citata, «laddove in altre città e in altre regioni, questo moto improvviso si manifestò con non poche scappate nella stravaganza, a Trieste la scossa fu meno forte, e i cervelli si guardarono dalle congestioni anche passando al nuovo». Sicché veramente in sostanza si può dire che non solo oggi, che siamo in periodo di assestamento e di rinascita dei valori tradizionali