20 PIETRO PEDROTTI Per quanto nella Giovane Italia venisse come norma eliminata ogni istigazione diretta od indiretta dell’attentato politico, su questo titolo la dot-trina mazziniana mai riesci a liberarsi da indeterminatezze dannose: l’atteggiamento del Mazzini infatti in materia di attentati politici, come ricorda il Luzio, non era del tutto consono alla sua illibatezza morale, lasciando all’arbitrio individuale l’esercizio di una giustizia suprema che adottata da spiriti impulsivi, torbidi e destituiti della moralità superiore del grande genovese, privi soprattutto della sua mitezza e del suo orrore per ogni sanguinaria violenza, poteva facilmente degenerare in aberrazioni atroci (17). Ecco perchè molti giovani mazziniani in quegli anni, pervasi di un fremito di libertà, sognassero di poterla raggiungere con la teoria del pugnale, dell’aggressione a mano armata, designando le vittime: lo Zajotti, che con la sua dialettica stringente e spietata martoriava — secondo loro — tanti compagni di fede, era fra quelle. In questi processi anche se nessuno fu apostata od uscì indegno del nome italiano (18), parecchi, presi da debolezza, non resistettero alle arti inquisitorie, alcuni patirono leggere aberrazioni, altri — i meno forti — s’irritarono contro amici e compagni; in genere chi era più entusiasta fuori, chi avrebbe forse mostrato maggior coraggio in piazza, meno durava al lento martirio della solitudine di un carcere e alla tensione di spirito degli snervanti ed abili interrogatori durante i processi. Tale è il caso di Luigi Tinelli e di Carlo Lamberti, ricordati nei documenti che seguono. Il ricco industriale Dr. Luigi Tinelli di Laveno (19) capeggiava con Vittorio Albera il Comitato mazziniano milanese in diretta comunicazione con la direzione centrale di Marsiglia: già profugo nel ’21, rimpatriato poi con sentimenti per nulla infiacchiti, egli era uno degli esponenti più in vista della Giovane Italia in Lombardia e faceva propaganda fra il popolo per farlo insorgere. Arrestato in seguito alla delazione del mercante di Stradella G. Re (20), delazione comunicata per quanto riguardava i lombardi al governo austriaco, egli svelava per aver salva la vita il 7 settembre ’33 al Torresani (21) le trame della vasta congiura cui aveva partecipato, con un linguaggio cinico, spesso ributtante per le offese tributate ai suoi antichi compagni di fede, esponendo l’opera dei mazziniani e degli indipendenti nella Svizzera da lui spesso visitata, sotto il pretesto di affari commerciali, che celavano invece ragioni politiche, confidenze compromettenti poi da lui ripetute ed ampliate nei numerosi costituti cui fu sottoposto, offrendo così ai suoi giudici un vastissimo quadro delle operazioni macchinate per far insorgere tutta l’Italia e costituirla in uno stato indipendente. La pena di morte a cui fu condannato, veniva per grazia sovrana commutata in vent’anni di carcere duro da espiarsi allo Spielberg; in forza al sovrano rescritto 4 marzo ’35, il Tinelli accettava poi, in luogo della pena inflittagli, la deportazione in America dove sempre rimase (Nuova York) fino alla morte avvenuta nel 1875. Il medico Dr. Carlo Lamberti, nato a Stresa (stato sardo) era domiciliato a Milano: negativo dapprima, faceva poi un’ampia confessione su tutto quanto aveva appreso, data l’intima amicizia che lo legava al Tinelli, al defunto inquisito Bono ed al condannato Filippo Laba, confessione che gli valse la commutazione per grazia sovrana della pena capitale, in soli quattro anni di carcere semplice da scontarsi a Gradisca (22).