Per la conservazione di due antichi monumenti triestini 255 degli italiani. Il regno di Leopoldo I (1658-1705) e quello del figlio Carlo VI (1711-1740), 111 come Re di Spagna, sono contrassegnati dalla liberazione dell’Europa dall’incombente minaccia turca e il vittorioso generalissimo del secondo fu il Principe Eugenio di Savoia. Carlo VI chiamò alla sua Corte scienziati, poeti e artisti italiani; la lingua italiana vi era nell’uso corrente e i monumenti che fece erigere nei suoi Stati ereditari li affidò quasi esclusivamente ad italiani, appositamente chiamati dalla penisola. I due monumenti l'icordano le visite che quei Sovrani fecero a Trieste dal 24 settembre al 2 ottobre 1660, rispettivamente dal 10 al 13 settembre 1728 e furono inalzati non dal Governo ma dal Consiglio comunale dei Patrizi («Senatus populusque tergestini» sta scritto nelle epigrafi!) e non per servilismo o austriacantismo, ma perchè Leopoldo I riconfermò gli antichi privilegi e le franchigie cittadine («statuta patria approbanti») e Carlo VI elargì alla città il porto franco nel 1719, che fu l’atto di nascita di Trieste, assurta così da trascurabile borgo medievale a città e poi ad emporio europeo. Leopoldo I e Carlo VI sono delle figure troppo remote nei tempi e nell’atmosfera politica perchè possano suscitare ragionevolmente un’impressione individuale qualsiasi; rievocano un passato lontano, su cui è lecito parlare «sine ira et studio». Di ciò furono sempre convinti, ancora nel 1921, Attilio Hortis, Silvio Benco, Giuseppe Stefani e Marino de Szombately, che già allora erano alla testa di coloro che peroravano la conservazione dei due monumenti. Attilio Tamaro, ora nostro R. Ministro a Berna, si chiedeva già sul «Piccolo» il 17 giugno 1925: «Ma è proprio possibile che i Triestini di oggi se la prendano con Leopoldo I o con Carlo VI e sfoderino il loro patriottismo contrb questi due nomi, che appartengono a un passato così remoto? Che si dieno l’assalto alle piccole statue di due Imperatori, che riposano sottoterra da secoli? Non è possibile, perchè ciò significherebbe avventarsi contro gli spiriti della storia.. .». E Guido Marussig, in cui d’Annunzio si affidava per le questioni d’arte decorativa, sentenziava nel «Piccolo» del 27 marzo 1922; «Le due colonne non hanno nessun significato politico; furono erette in un’epoca in cui non esisteva ancora nè la coscienza nazionale nè l’Italia politica. Sieno rispettate come meritano le vecchie pietre lavorate e come esige la povertà d’arte di Trieste». Incidentalmente ho nominato due polemiche che a suo tempo si accesero intorno alle due innocue colonne e che cessarono presto perchè si comprese che erano fuori posto. Il popolo non vide in esse nessun ricordo austriaco e perciò a nessuno passò per la mente, durante le fatidiche giornate del 1918, in cui si abbatterono segni e monumenti austriaci, di infierire contro di esse. Durante le menzionate polemiche io stesso mi domandava in vari articoli perchè solo a Trieste si volevano demolire gli antichi monumenti di una passata dominazione, mentre in tutta Italia si rispettano persino i ricordi d’un passato vicinissimo a noi e citavo a mo’ di esempio l’arco di trionfo di Francesco I Stefano di Lorena in Piazza Cavour di Firenze, in cui si scorge persino la città che in ginocchio offre le sue chiavi su di un cuscino al Granduca, che a cavallo fa il suo solenne ingresso. Ricordavo il monumento a Roma agli zuavi caduti a Mentana eretto da Papa Pio IX al Campo Verano, quello dei caduti austriaci nel 1848 sul Monte Berico di Vicenza, quello inneggiante alla pace di Campoformio e al congresso di Vienna nella piazza maggiore di Udine, il monumento a Maria Luisa d’Austria a Parma,