52 ALDO MATTEI stendendo al suolo una quantità di francesi morti o feriti. Al suo gruppo l’operazione costò 17 morti e 46 feriti. Nella notte dal 24 al 25 vi fu un continuo cannoneggiamento per impedire ai francesi il riattamento della «Sanza» ed il 25 il col. Rabié propose nuovamente la capitolazione, che venne accettata di massima. Il 31 ottobre il Capitolo fece coro e messa nella Chiesa di S. Maria Maggiore ed ottenne il permesso d’offìciare a S. Giusto il 2 novembre. Entrando nella cattedrale, la trovarono danneggiata da ben 27 palle. Il 3 novembre la consegna del forte fu fissata per le 10 del mattino dell’8 novembre. L’atto di resa fu controfirmato dal gen. Nugent e dal contrammiraglio inglese Freemantle. I francesi sortirono con gli onori militari e, preceduti dal magg. Lazzarich, diventato comandante della piazza, d’un sergente e d’un caporale di fanteria, proseguirono per la strada nuova fino alla Barriera, ai piedi della strada d’Opicina, dove deposero le armi e furono poi scortati fino agli avamposti dell’Armata d’Italia. Al momento della resa contavano 641 uomini e disponevano di 182 cannoni. Nei combattimenti attorno al castello avevano perduto 150 soldati. Dopo il loro esodo divenne comandante civile e militare della città il Ten. Maresc. Conte de l’Espine. Fin qui la nuda cronaca. Leggendola, vien fatto di chiedersi come mai gerarchi provati come il Vice-Re Eugenio, fedelissimo di Napoleone, e gli italiani Pino, Palombini, Lecchi, Ruggieri, Gifflenga, Fresia, valorosi nelle campagne di Spagna e di Russia, abbiano dato qui così poca prova di sè. In realtà, ci sono più spiegazioni. L’esiguità delle forze disponibili, eccessiva rispetto al territorio da difendere (non si dimentichi che v’era incluso anche il Tirolo), l’impossibilità di rimpiazzare le perdite subentrate nei contingenti, ridotti ormai all’ultima leva, la presenza d’interi reparti infidi, l’ostilità della popolazione che divulgando notizie esagerate circa la forza del nemico, mediante il tradimento di guide, ecc. esercitava di continuo su truppe e gregari un’azione demoralizzatrice, imponevano la prudenza. Indubbiamente, in anni precedenti l’Armata d’Italia avrebbe dimostrato un altro slancio, anche di fronte ad analoghe difficoltà. Ma i reduci da mille stragi sentivano l’astro volger al tramonto e d’altra parte i comandanti italiani sapevano ormai di non combatter per la grandezza della loro Patria, bensì per le finalità d’una politica staccatasi dai primieri affidamenti. Amarezze suscitate dal favoreggiamento di commilitoni francesi, incertezze per un avvenire ormai fosco, facevano il resto. Fra le grandi unità, gli screzi nazionali tenevano aperti dei solchi, che impedivano l’omogeneità dell’azione ed uno degli attriti più gravi era quello esistente fra il gen. Pino ed il Vice-Re, conseguenza d’un alterco scoppiato in Russia, il 18 luglio 1812, quando Eugenio, per una contesa avvenuta fra due divisioni, aveva insultato gli italiani. Il piano d’operazioni francese mancava a priori d’audacia, nè inai seppe trovarne, nè di fronte alle possibilità di sfruttare i singoli successi, nè di fronte alla insipida inerzia del grosso nemico. Si guadagna l’impressione che tutti rimanessero ipnotizzati dalla minaccia del fianco destro, dove il Nugent, in sostanza, abbandonato a sè stesso, sarebbe stato tanto facilmente trascurabile!