ORIGINI DEL DOMINIO DI VENEZIA NELL’ISTRIA (932-1150) 207 lesimo. In un prossimo capitolo vedremo il riallargarsi, il rifiorire delle libertà municipali. Ma intanto in quei tristi tempi del primo Medio Evo i nostri Municipi trovarono un valido sostegno, nella lotta per la loro «esistenza», nei Vescovi. Sotto il debole dominio dei successori di Carlo Magno e sotto i re italici e poi gli imperatori di Germania, in Istria, come dovunque, sorgono a grande prestigio e potenza i Vescovi ai quali gli imperatori si appoggiavano favorendoli in ogni modo con donativi di terre e concessioni di immunità e privilegi. Dai documenti anzi (nota il Morteani) riguardanti queste immunità e privilegi concessi ai Vescovi istriani, appare che i diritti da essi ottenuti mirano a limitare la libertà dei conti e di altri funzionari imperiali. I Vescovi avevano diritto e dovere di portare a conoscenza dell’imperatore tutti i soprusi commessi da tali autorità alla cui elezione i Vescovi prendevano parte. Ad accrescere poi in Istria il potere dei Vescovi erano le stesse città, le quali, come vedevano sempre più minacciata la loro autonomia dalla circostante potenza feudale, sempre più si stringevano al loro Vescovo che su quella feudalità esercitava una vera vigilanza. Così si formarono in Istria le tre grandi Signorie vescovili di Trieste, Parenzo e Pola: le due prime con confini ben limitati e un governo alquanto pacifico; Pola invece col suo territorio intersecato dai feudi vescovili di Parenzo e di Ravenna (il vescovado di S. Apollinare possedeva infatti delle terre anche in Istria) ebbe un governo di sovente scosso dalla tendenza della città a quelle libertà municipali romane che in essa, più che altrove, si ricordavano e si desideravano. Troppo viva infatti era a Pola la tradizione romana alimentata, per così dire, dalla presenza di insigni monumenti. E così nella seconda metà del sec. X noi troviamo l’Istria al colmo della sua feudalizzazione mentre solo la potenza dei Vescovi sorge in essa a vigilare, a equilibrare le prepotenti forze feudali laiche. I Vescovi furono l’anello di congiunzione fra il popolo delle nostre città e l’imperatore: essi il più valido sostegno all'impero, il più grave ostacolo e freno alle cupidi-ge, alle violenze dei signori feudali; ad essi in gran parte si deve se le nostre città, invase dal feudalesimo comitale, non si lasciarono da questo soffocare ma ne sopportarono il peso riuscendo cioè a vivere ugualmente delle proprie energie, a vivere per una propria, particolare azione che riesciva a sfuggire a tutti i tentativi di asservimento, a tutte le insidie tesele dalla feudalità: Le nostre città marinare, pur rassegnandosi al venir meno dei loro diritti municipali, pur piegandosi all’autorità marchionale e comitale nell’accettare magistrature da esse imposte, pure riuscirono sempre a indirizzare la loro politica verso la grande «sorella» Venezia. E bisogna pensare che Venezia, per forza di logica, anche se in buoni rapporti con gli Imperatori, era la più naturale nemica del Feudalesimo il quale, in Istria, avrebbe tutto guadagnato qualora fosse riuscito ad impedire alle nostre città ogni minimo contatto con la Repubblica. A tanto però il Feudalesimo non potè mai arrivare malgrado tutti i suoi tentativi chè le città marinare istriane riescirono sempre a far trionfare la causa di Venezia da parte della quale poi esse avranno pure molto a temere anzi a lottare nel desiderio ardente di conservare le loro autonomie. Ma intanto Venezia coi suoi commerci assicurava all’Istria la ricchezza e inoltre la sosteneva contro il Feudalesimo e-la difendeva dai pirati del mare. Il profondo, insopprimibile bisogno di queste nostre città di tenersi in relazioni amichevoli con Venezia riesci dunque sempre a vincere ogni ostacolo da parte del Feudalesimo anzi, come vedremo, nel 933 esse portarono il loro stesso Marchese a inginocchiarsi dinanzi al Doge e nel 977 un loro conte (non certo di spontanea volontà) strinse patti con Venezia e le fece promesse di pace e di commerci. Bisogna però riconoscere che questa forza inestinguibile di vivere e di agire dei nostri Municipi, fu in gran parte favorita dallo stesso regime feudale. Un esempio assai chiaro è nel Documento A del 932 in cui vediamo ^apodistria presentare atto di omaggio al Doge di Venezia con la promessa di una annua onoranza di cento anfore di vino. I firmatari di questo atto di omaggio (come già si vide) sono: il locoposito, 4 scavini, un «advocatus Jocius populi» e 57 altri testimoni. Nello sfondo domina il popolo. Dunque 1 atto è stipulato dal municipio di Capodistria con Venezia indipendentemente