226 GUIDO POSAR-GIULIANO Nel Docum. F del 1150 interessano i §§ 1, 2, 3, 20. 22, 23, 24 da cui appare che il deloposito Andrea giura fedeltà al Doge Morosini ma «cum ¡•onsilio Episcopi nostri - omniumque nostrorum civium». E poi il Vescovo Warnerio promette al Doge, con giuramento, il suo consiglio c il suo aiuto affinchè le promesse sopra fatte «et a civibus complantur». TI popolo insomma in questo documento non appare come una massa dominata e guidata dal suo Vescovo che ne dovrebbe essere la suprema autorità, il popolo qui prima consiglia, c poi appare come elemento che all’occasione potrebbe anche non lasciarsi convincere e il Doge allora, per domarlo, avrebbe bisogno del «consilium» e dell’«auxilium» del Vescovo. Da questo documento appare tutta la potenza che allora il popolo, possiamo dire, istriano andava acquistando, se si pensa che ormai il Vescovo (una delle più potenti autorità feudali) non appare più che un semplice intermediario che al Doge promette di adoperarsi in ogni modo per convincere questo popolo ad osservare il giuramento prestato. Il popolo qui non è sotto il Vescovo, dominato cioè da una autorità feudale, il popolo cfui è accanto al Vescovo: il municipio è ormai alla pari con ogni altra feudale potestà. Lo stesso dicasi di Parenzo nel cui atto (siamo sempre nel 1150) l’arciprete e il gastaldo giurano fedeltà a S. Marco per tutti i cittadini (§ 1). Umago mette avanti un tale «leeatus Mihael» ma poi subito aggiunge «nos omnes de Humago juravimus». Cittanova e Rovigno invece non presentano alcun nome ma incominciano subito «nos quidem omnes de Ruigno... de Civitate nova juramus». Strano ed interessante riesce anche il fatto che Rovigno e Parenzo giurano, oltre a tutto, anche «per consensum ... per collaudationem omnium vicinorum majorum atque minorimi». Che può significare questo? Perchè le due città non si accontentano della sola volontà del loro popolo ma hanno domandato anche il consenso anzi lo «sta bene» («collaudationem» Docum. H § 2) dei loro vicini e non solo dei minori ma anche dei maggiori? E chi sarebbero poi questi vicini? E a che cosa si riferisce quella distinzione fra i «ma.iores» e i «minores»? Possiamo ammettere che si tratti di qualche altro municipio. Ma allora perchè nei documenti relativi a Pola, Cittanova, Umago non si parla anche del «consensum vicinorum»? Che tali città non abbiano inteso il bisogno di ottenerlo o. semplicemente, di qui trascriverlo? • Quanto a Pola, a dir la verità, non è solo il municipio che giura fedeltà a Venezia ma a tale giuramento sono anche chiamate le sue ville. Questo però ci dice ben poco perchè il Municipio di Pola era capo di una vera e propria contea la quale, se non è esplicitamente nominata nel Docum. F. lo è invece, e ben chiaramente, nel Docum. E di cinque anni prima il cui § 1 mette in evidenza il «populus polisanus» sia «de civitate» come «de omni comitatu». E se nel Docum. F la contea non è nominata, essa però si fa chiaramente sentire nel giuramento separato di Pola prima e delle sue ville poi. Nel 1145 Pola appare dominata da un conte, ora, nel 1150, c’è il Vescovo, un’autorità cioè che ha superato il conte, che si è messa al suo posto, che tende quindi logicamente a far sparire ogni ricordo di contea senza che a ciò si opponga il Comune, desideroso in realtà di sbarazzarsi e del conte e del Vescovo. E questo avvicendarsi di autorità comitali e vescovili, in Pola, è un indice assai chiaro di lotte intestine che, di (piando in quando, divampavano nel Comune. In conclusione dunque troviamo che solo gli atti del 1150 relativi a Parenzo e a Rovigno parlano di «consensum vicinorum». Le ipotesi possibili in proposito sono queste: 1) Per spiegare le ostilità intorno al 1145-1150 fra Venezia e l’Istria (e die noi vedremo nei capitoli prossimi) il De Franceschi vuol ammettere che Capodistria avesse tentato di unire le altre città marinare istriane in una Confederazione simile a quella delle città della Laguna e questo sarebbe stato un buon motivo da parte di Venezia per venire al conflitto. Se ora noi ammettiamo questo col De Franceschi, possiamo ritenere il «consensum vicinorum» avuto da Parenzo e Rovigno come consenso del resto della cpnfederazione. TI grave si è che l’ipotesi del De Franceschi appare alquanto azzardata poiché, tolte le allusioni al «consensum vicinorum» di Parenzo e di Rovigno (Docum. G §§ 1 e 2 e Docum. H §§ 1 e 2), in tutti gli atti da