162 P. A. QUARANTOTTI GAMBINI E’ inutile dire quale immediata rispondenza trovassero nell’animo dei trecento ventenni là raccolti — e ancora arrossati e inebbriati dai canti patriottici che sino a pochi istanti prima avevano accompagnato e a tratti soverchiato gli squilli della fanfara ederina — questo sorprendente susseguirsi di voci amiche che nei loro fervidi saluti facevano balenare sempre più largo, dal Friuli alla Dalmazia, tutto un cerchio di città, paesi e borgate, ove altri giovani fermi negli stessi ideali attendevano e speravano, ugualmente impazienti e decisi all’azione. Era come un sogno turbinoso che sollevava gli animi eccitandoli all’acclamazione e all’applauso. Dunque era vero: da ogni parte dell’Istria sorgeva una gioventù pronta a intervenire nella lotta politica; e già tutti si stringevano attorno agli stessi capi, sotto la stessa bandiera. Quella compatta assemblea di giovani — una delle più belle che la storia dell’irredentismo istriano ricordi — si sentiva già, precorrendo i tempi con l’illusione infusa negli animi da quel calore garibaldino, tanto forte politicamente quanto grande era l’entusiasmo dell’ora: come se uscendo da quella prima adunata avesse potuto, sempre stretta in una sola schiera, travolgere in un sol colpo tutta la pigra incrostazione politica dominante. Quei giovani mazziniani sapevano — e ciò accresceva, se ancora era possibile, la loro fermezza e la loro sicurezza — che tutta la parte più sana e più sincera della popolazione, delusa dalla accomodante politica della classe dirigente, guardava di già a loro, ai ventenni, con ansia e aperta simpatia. Quell’ansia e quella simpatia -— che alla line dell’adunanza, appena i congressisti uscirono dal teatro e attraversarono in corteo le vie della cittadina, si tramutarono in un delirio di applausi — i giovani le avevano lette già al mattino negli occhi pieni di confidenza della gente che si fermava e faceva ala al loro passaggio. Le parole, certamente ancora vive nei cuori, con le quali aveva inizio il conciso appello gambiniano del 23 settembre: «L’Istria sempre più avvilita dall’oppressione dello straniero e dalla fiacchezza, dalla viltà e dai tradimenti dei suoi attuali uomini politici, attende con trepidazione il sorgere di una gioventù che nella fierezza dell’anima e nella vigoria del pensiero e dell’azione abbia a risollevarne le sorti», interpretavano e segnalavano davvero un diffuso stato d’animo collettivo che di giorno in giorno si andava accentuando. «L’Istria — diceva verso la conclusione l’appello del Gambini, — vi chiama oggi con la voce del fato che vuole precocemente nella lotta i giovani». Ed era difatti la prima volta, in più di mezzo secolo d’irredentismo istriano, che i giovani entravano risoluti e quasi tutti sotto la stessa bandiera nella lotta politica. C’erano stati in passato — è vero — dei generosi episodi ove l’entusiasmo e lo spirito di sacrificio di qualche giovane avevano brillato e talora s’erano addirittura innalzati sino all’eroismo e al martirio — il drappello dei garibaldini istriani e sopratutto il sacrificio di Guglielmo Oberdan lo attestano —; ma si trattava purtroppo di episodi non dirò isolati, ma certo disorganizzati di una gioventù impaziente e romanticamente dispersa. L’azione — ammesso che si possa chiamarla così — dei giovani e degli studenti, era stata condotta in passato alla macchia, portando inevitabilmente o a gesti sublimi ma quasi disperati di pochi — dei migliori — oppure — e questo era il caso comune — a quella che si potrebbe chiamare una politica di punture d’ago, cioè a una serie di piccoli dispetti, di seccature, di ripicchi ai danni dell’Austria. C’è di più: in pas-sato, tra l’Ottanta e il Novecento, un vero movimento giovanile, inteso sopra-