212 GUIDO POSAR-GIULIANO Il § 5 e il §6 ci fanno invece pensare: Se Capodistria aveva tardato tanto prima di rendere i dovuti onori al Doge di Venezia ciò era avvenuto veramente per una negligenza o per poco pensiero di gratitudine che Capodistria si fosse presa per la grande sua benefattrice, o non si tratta piuttosto di un vero timore che Capodistria avrebbe sempre provato al pensiero di addivenire ad un simile atto che necessariamente la portava a riconoscere la supremazia di Venezia? Ed infatti se Venezia cominciava col domandare un atto di omaggio, che cosa sarebbe giunta a domandare in seguito? Alle nostre città stava soprattutto a cuore la loro autonomia che esse si studiavano di conservare ad ogni costo. L’atto di omaggio invece che ora Capodistria firmava era un primo passo verso il riconoscimento della supremazia di Venezia, era cioè un primo deciso colpo dato alla parità dei propri diritti in favore di Venezia. Nè i cronisti (Navagero, Sanudo, Dandolo) sono, come vorrebbe il Benussi, in pieno errore quando considerano questo un atto di dedizione di Capodistria a Venezia. Stando, è vero, all’atto stesso, non vi si trovano che espressioni di riconoscenza e di omaggio mentre di esplicita dedizione non vi si fa neppure il più vago cenno. Però se si ammette l’atto imposto da Venezia e accettato da Capodistria (a parte l’immediato pentimento di questa) segue logicamente in noi l’idea di una tacita sommissione della città istriana. L’atto per sè stesso (ed è troppo naturale: l’Istria era sempre legittimo possesso dell’impèro) non poteva parlare di dedizione od altro; Capodistria, essendo una proprietà dell’impero e non una città libera, non poteva dichiarare per iscritto di darsi a Venezia, ma con un atto di omaggio poteva convalidare una dichiarazione orale, una tacita accettazione, un illogico riconoscimento. Venezia poi comprendeva troppo bene che. a voler far firmare a Capodistria una netta, formale dichiarazione di dedizione, sarebbe stato un assurdo, un mettersi contro i legittimi signori dell’Istria che, dinanzi a un simile errore diplomatico, avrebbero indubbiamente reagito come appunto avverrà non appena essi si accorgeranno del fatto tacitamente compiuto! Torniamo ai §§ 5 e 6 del Docum. A. Se Capodistria dunque aveva tanto ritardato prima di piegarsi a un simile atto di omaggio, questo non era già il risultato di una «neglegentiam» ma di una vera presa di posizione intesa a salvaguardare le proprie autonomie e i propri diritti; posizione che Capodistria si sarà studiata di mantenere lino al possibile ma che alla fine avrà dovuto abbandonare. Le nostre città erano state sempre pronte a cogliere le occasioni e i mezzi per esprimere a Venezia tutta la loro gratitudine favorendola soprattutto commercialmente. Ma l’idea, di cui non sapevano convincersi, era di dovere un giorno piegarsi a Venezia, rinunciare alla parità dei diritti, riconoscersi inferiori ad essa e sulla via magari di diventare sue vassalle. Tn tal modo il § 6 non può essere che una bella frase suggerita da Venezia stessa la quale trovava necessario di venire incontro ai Capodistriani in ogni modo anche scusandoli, confortandoli quasi, pur di convincerli! La frase infatti sa molto di ripiego, di «buona trovata» per rianimare Capodistria e giustificare il suo ritardo che Venezia ben sapeva intenzionale. Altro argomento a dimostrare la poca spontaneità di Capodistria, sono, a parer mio, il § 8 ed anche il § 11. Quel susseguirsi di espressioni un po’ caricate, quell’insistere nel voler sostenere che l’atto è proprio spontaneo, non riesce in realtà di tutt’altro effetto? Da tutto quell’incalzarsi di asserzioni non viene forse a galla evidentissima l’intenzione di nascondere una verità che invece non si riesce a occultare? E poi come si spiega che l’atto è firmato a Capodistria e non a Venezia? Chi, in verità, esso ci apparirebbe più completo e soprattutto spontaneo se i Capodistriani si fossero degnati, in un dato momento, di venire a Venezia recando al suo Doge questa improvvisa e tanto più gradita loro decisione! Allora sì che il p 8 sarebbe veramente intonato. E invece l’alto è firmato a Capodistria anzi in esso, fra l’altro, si promette di salvaguardare i Veneziani da ogni pericolo (§ 14), di far sì che non avessero a patire «lesiones vel forcias» (§ 15) e di pagare una ammenda se in ciò i Capodistriani avessero mancato (§ 16). Altro argomento di grande interesse è il fatto che, poco dopo, assieme ad altre sue consorelle, Capodistria si ribella contro Venezia per poi ter-