IL MUSEO GARZOLINI PROPRIETÀ’ NAZIONALE Tale è la grande raccolta Garzolini. Conosciuta da tutta Europa, e — diciamo una cosa apparentemente strana, ma naturale se ci rifacciamo alle considerazioni con cui si cominciò questo discorso — più conosciuta dalla rimanente Europa, almeno fino a pochi anni or sono, che nella nostra Italia. Infatti i più grandi intenditori e critici d’arte d’oltralpe presero la via di Trieste e salirono a villa Garzolini prima che molti uomini del mestiere italiani ne avessero ancora sentore. Dal Bernstroen di Stoccolma, già citato, al coltissmo collezionista Figdor di Vienna, dall’informatissimo lord Hamilton di Londra a Otto von Falke direttore del Friederichsmuseum di Berlino, dal grandissimo Wilhelm von Bode, massimo critico germanico, a M. Maurel competentissimo critico francese, al direttore del museo di Brusselles, ai magni direttori dei musei americani, abbiamo già da tempo del «Garzolini» visitatori dottissimi e competenze di primo piano e appassionati amatori che al fondatore diedero tali attestati di ammirazione e di riconoscimento che farebbero l’orgoglio di qualunque altro non fosse così modesto come lui. Lo chiamarono il «mago del collezionismo», gli riconobbero il genio istintivo del ricercatore nato, la sensibilità artistica eccezionale. Ma se pure prevenuta dagli stranieri, l’Italia non trascurò le ricchezze della Villa di Scorcola. Anzi giornali e riviste dall’Alpi alla Socilia ne hanno largamente parlato, in questi ultimi anni e continuano a parlarne con un trasporto e un’intelligenza aperti e cordiali, forse a ricompensare abbondantemente dell’indugio. Già dal 1933 Vincenzo Buronzo, capo dell’artigianato italiano, sollecitò dal governo un giudizio ufficiale sul Museo Garzolini; e venne più tardi il ministro Bottai e visitatolo provvide subito a risolvere la questione dell’acquisto: egli stesso vide che tanta ricchezza non doveva andar perduta per l’Italia. Erano spuntati da tempo avidi occhi e prodighe borse dal di là dell’Alpi e d’oltre Oceano. Fu solo la passione italiana del geniale creatore e proprietario che potè respingere gli allettanti attentati. Del resto i triestini, che ben la conoscevano, non dubitarono un istante sulle sorti del museo Garzolini; essi lo sentivano già loro museo. Vennero poi Ferruccio Pasqui, direttore dell’istituto d’arte di Firenze, e Attilio Rossi giudice ufficiale del ministero, giudice severo e di non facile arrendevolezza, e dopo un esame accurato e avveduto di mesi, si pronunziarono con pienissimo consenso per l’acquisto; e aiutarono il compimento del trapasso il direttore generale delle Belle Arti, Marino Lazzeri, e il Sovrintendente Bruno Molaioli, che giovane di esperta dottrina, diede alla cosa lo slancio vivo della sua operosità. Ora il Museo di Eugenio Garzolini è acquisito per sempre all’Italia. Egli, gentiluomo squisito e disinteressato, italiano di fede e d’opere, non ha mai fatto questione di danaro. Anche questo dev’essere ricordato; perchè chi consideri il valore materiale e storico e artistico dell’enorme collezione, potrebb’essere portato a un altr’ordine d’idee. Eugenio Garzolini ha avuto dallo Stato italiano per tutto il museo, molto meno di quanto avrebbe potuto avere, per una sola raccolta, quella dei ferrami, da offerenti stranieri. Oltre il grande merito e le incredibili fatiche e i gravi sacrifìci per creare la sua opera grandiosa, non dimentichiamo di segnargli a credito anche questa non ultima lode. REMIGIO MARINI