134 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO una giusta critica alla musica contemporanea, per poi risalire al 1870 e alla coscienza musicale italiana di quell’epoca. Epoca di crisi, secondo il Rubino, epoca di assestamento, ed epoca di battaglie artistiche e letterarie. Si reclama, dai giovani, una nuova via per l’arte, fuori dalle strade battute dal romanticismo: sorge la «scapigliatura», ultimo moto rinnovatore in sostanza romantico esso pure, che fa capo, in effetti, al triestino Giuseppe Revere. In musica sono per il rinnovamento sopratutto Franco Faccio e Arrigo Boito : e i loro seguaci, il vicentino Gaetano Corona-ro, Alfredo Catalani e lo Smareglia. Dello Smareglia, appena nella seconda metà del volumetto, dopo averne lumeggiato il tempo e l’ambiente in cui dapprima si affermò, il Rubino dice con una certa concisione, ma tratteggiandone al vivo e l’esistenza e il carattere, di quella seguendone la talor buona e più spesso avversa fortuna, di questo rendendo la fierezza, l’anelito al bello, la schiettezza. Lo studio ha un fine essenzialmente divulgativo popolare, almeno secondo l’intenzione reiteratamente affermata dall’autore, ma anche un fine polemico, meno affermato ma altrettanto sentito. E la polemica è talora aspra, riveste forme giovanilmente concitate, soggettive, tanto che talora ci verrebbe fatto di notarle negativamente, se anche ai nostri occhi non le giustificasse pienamente il fine ultimo, .cui altrettanto pienamente sottoscriviamo: quello di contribuire ad una rivalutazione di questo sommo artista nostro, la cui opera è minacciata dal pericolo d’una conoscenza e d’una fama di gran lunga inferiori all’alto mèrito. Del quale pericolo già così scriveva il grande Romain Rolland: «Raramente si è vista una .coalizione più sordida d’interessi meschini riuscire a soffocare un’opera così ricca, potente, che doveva riuscire accessibile a tutti ed apparire popolare nel senso più bello della parola. Sono certo che un giorno l’Italia lo rivendicherà». Auspichiamo e, nei limiti delle nostre forze, come fa il Rubino, contribuiamo tutti a tale rivendicazione : sarà opera meritoria per l’Italia e per la nostra Regione e sarà giustizia resa a un grande incompreso. Tali anche i concetti che, fra l’altro, enuncia Silvio Benco, in alcune sue vivissime pagine d’introduzione che vanno lette e meditate e che, esse pure, e con quell’efficacia che può venire dall’essere stato lo Smareglia al Benco «caro amico e maestro di tanti e tanti anni», mettono nella giusta luce il carattere prettamente italiano della musica smaregliana. Chè se anzi l’autore delle «Nozze istriane» e dei «Pittori fiamminghi» fu ingiustamente tacciato di wagnerismo e se, per esser sorto da una scuola che inizialmente aveva considerato Verdi un superato, lo si volle antiverdiano, molto bene fa il Benco a rendere di pubblica ragione, in base a suoi ricordi personali, certi apprezzamenti reciproci del Verdi e dello Smareglia e a stabilire con profonda e serena equanimità il rapporto tra le due concezioni diverse ma non in realtà opposte. Mano Pacor RANIERI MARIO COSSÀR - Vecchia liuteria goriziana - Ed. Istituto per il promovimento delle industrie e dell’Artigianato in Gorizia - 1939. «La liuteria — arte di costruire strumenti a corda — trova la sua lontana origine nell’Egitto come ne fan fede i bassorilievi le sculture che vengono attribuiti addirittura ai secoli XVI-XVII a. G.» Così comincia la prefazione a questo diligente e istruttivo studio di R. M. Cos-sàr. Ma il lettore non si voglia allarmare : per parlare dell’antica liuteria goriziana, l’A. non si rifa da tanto lontano La breve pagina introduttiva del lavoro non serve che a illuminarne meglio la non trascurabile importanza. Gorizia ebbe un periodo fulgido per i suoi liutai, alla cui fioritura concorse la grande passione che distinse sempre e distingue la bella città friulana. Già nel '500 il canto liturgico della sua Metropolitana era accompagnato dall’orchestra, e gli artisti erano al servizio degli Stati provinciali goriziani. Alle serate musicali dell'antico patriziato conveniva la nobiltà friulana e veneta: e al decoro di quelle sfarzose accolte corrispondeva l’altezza delle opere e la fama degli esecutori. Lo "tudio cita con abbondanza i nomi dei più celebrati compositori e maestri che onorarono la colta e vivace città isontina. Tanto è grande la passione per la musica eccellente e il bel canto che un munifico cittadino, Filippo de Bandeu, donava alla patria già rei ’700 il celebre teatro che si chiamò con il suo nome. E Gorizia non contava allora che cinque migliaia di anime. In tale clima la settecentesca fabbrica dei liutai goriziani non poteva non crescere rigogliosa. Tanto rigogliosa ed eccellente che sorprende ch’essa, dopo oltre