18 PIETRO PEDROTTI l’insidia di presunte denuncie e le visite notturne per strappare nei sogni i segreti, torture morali che fecero alterare il cervello a parecchi inquisiti (5). Il Caggioli dal canto suo rincara la dose, attribuendo all’inquisitore le arti più vili per tirar dalla sua quegli infelici e strappar loro confessioni ed accuse, provocando con ogni sorta di umani tormenti la morte di alcuni che anche nell’agonia dovevano sopportare l’odiosa sua presenza che aveva lo scopo di raccogliere le ultime parole dei morenti (6). Si potrebbe ora chiedersi come sieno conciliabili addebiti tanto gravi attribuiti a quel magistrato nell’ingrato ufficio di inquisitore, con le virtù domestiche di cui era luminoso esempio, con le amicizie di uomini eminenti di cui andava così fiero, con un bisogno tanto gagliardo d’affetto. Di fronte alle accuse formulate con tanto accanimento da due sue vittime, si potrebbero riportare ben diversi giudizi di altri detenuti politici, che militerebbero contro la presunta implacabilità di quel magistrato, tristemente famoso: così il comasco Franco Scalini, uno dei coimputati di quel celebre processo, scriveva dall’Egitto, dove si era recato dopo essere stato prosciolto da ogni accusa, di aver sotterrato nella più grande piramide il nome di Paride Zajotti quale uno dei suoi più grandi benefattori (7). Il giovinetto Fedele Bono, ammalatosi in prigione, sentendosi vicino a morte, lasciava — quale riconoscimento del bene ricevuto dallo Zajotti in un periodo tanto infelice della sua vita — parte della sua biblioteca, legato da lui accettato, sperando potesse dimostrare ai numerosi critici della legislazione austriaca e dei suoi esecutori, la mitezza del monarca di cui si compiaceva essere un modesto rappresentante (8). In un punto del suo diario •—■ che meriterebbe certo di essere pubblicato assieme al suo interessante epistolario, giacché ambedue contengono pagine di profonda umanità — alla data 23 giugno ’35, egli scriveva — come ricorda lo Stieglitz, che per quanto straniero scrisse di lui e delle cose nostre con grande equanimità — che la moglie di un inquisito venne da lui il dì innanzi di ritorno da Vienna, per ringraziarlo delle premure sue, avendo colà appreso quanto egli avesse fatto per non aggravar la condizione del marito (9). Questi esempi non parlano di torture morali, di vessazioni fisiche, per quanto le prigioni di stato' non fossero certo luoghi di gioia ed i condannati dovessero essere sottoposti alle prescrizioni della legge, essi anzi potrebbero continuare e — per quanto non abbiano avuto come quelli sopra ricordati del Rosa e del Caggioli l’onore delle stampe — non dovrebbero certo essere ignorati da chi volesse con animo sereno e sgombro da preconcetti, raccontare obbiettivamente la storia della Giovane Italia e dei suoi processi. Lo Zajotti - intelligente qual era - riconoscendo l’odiosità per sé stessa del suo ministero, non avrebbe certo voluto accrescerla con la ferocia e lo zelo di scaltrimenti infamanti. Sono a questo riguardo sintomatiche ed anche chiarificatrici le parole da lui scritte in un momento di sincero abbandono, oppresso dalle cure d’ufficio che gli limavano l’ingegno e l’intelletto, all’amico padre Bresciani: «miseria e poi miseria — egli disperatamente af-«fermava in una sua sconsolata lettera — poiché nessun’altra eredità fu la-«sciata ai figli d’Adamo. Vedere una nobile mèta, sentirsi quasi la forza di «poterla raggiungere e doversi fermare immobile a guardarla 1 Bisogna pro-«vare questo stato d’animo, bisogna giacere incatenato su questa rupe per «conoscere che in qualche momento la vita può essere amara come la «morte» (10).