BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 277 deva, in un certo momento, l’inutilità di ulteriori resistenze. Ma dobbiamo scorgere anche lo spirito intollerante del Tommaseo religioso che cominciava col rimproverare ai Manin il fatto, che questi da tredici anni non si confessava, lo spirito sospettoso e maligno del Tommaseo, sempre pronto a pensar male degli altri, sempre pronto a condannare. Un esame del pacco 44 bis delle carte Tommaseo depositate presso la Biblioteca Nazionale di Firenze ci diee anche troppo in proposito: basta leggere la documentazione che ci fa il Ciampini. Son villanie ed ingiurie della più bassa specie, acri e velenosi giudizi di cui il Ciampini dice «stringe il cuore pensare che tutti sono scritti di mano del Tommaseo, e quindi anteriori alla cecità, cioè scritti tutti a Venezia, e forse, molti di essi, proprio su quei banchi dell’assemblea davanti ai quali il Manin viveva giorno per giorno la sua estenuante tragedia». Ma «di contro a questo Tommaseo dall’anima torbida, odiatore implacabile, si alza, ragionatore sereno, argomentatore pacalo e prosatore più forte il Tommaseo di Rome et le Monde, e, per quel poco che è dato saperne, dell’opera Sul numero», il Pensatore che afferma doversi togliere Roma al pontefice (Roma in senso lato, chè sulla sorte della città vera e propria v’è nel Tommaseo grande incertezza) non già per darla all’Italia, ma per restituire la Chiesa a sè stessa, per aumentare il prestigio e la potenza del papa, per richiamare il cattolicesimo alla sua missione di universalità. Ciò non ostante, antiautoritario e federalista convinto, come dice il nostro studioso, «per quanto questo possa sembrare paradossale, per intenso amor dell'Italia», come fu nemico del Manin, fu nemico del Cavour e del Mazzini e, per quanto non abbia osteggiato nè la guerra di Crimea nè quella del ’49, non capì mai lo svolgersi degli avvenimenti storici i quali, com’è noto, diedero torto a molte teorie e fecero una realtà di ciò che i benpensanti non potevano considerare che un’utopia. Basti ricordare che della campagna del ’59 ignora San Martino e non riconosce meriti che a Luigi Napoleone: Cavour stesso è per lui un fattore negativo. Quanto all’Italia posteriore al ’60, per il Tommaseo tutto «è un non senso e un assurdo», egli vi vede «scandali, menzogne, frode, appetiti scatenati dovunque». Così il Ciampini, ma anche questa «Cronichetta» lo conferma a sufficenza. «Cronichetta» dettata dal Tommaseo a sbalzi e che, contrariamente a ciò che dal titolo si sarebbe indotti a credere, non verte sulla famosa guerra. E’ piuttòsto -un misto di pochi avvenimenti contemporanei, grandi o piccoli, spesso personali, e moltissimi ricordi di tempi andati, verso i quali la mente di Niccolò Tommaseo sembra rivolgersi senza posa, commentando a suo modo. Anche qui tutte le dicerie maligno trovano buona accoglienza, e la malignità del Tommaseo, quella malignità che abbiamo già riscontrato esaminando il «Diario», ci appare divenuta molto più forte e molto più acro. Forse è la cecità che opera in tal modo sulla sua anima, probabilmente vi opera la malattia contratta a suo tempo in terra di Francia, ma vi operano certamente pure le delusioni subite. Le delusioni fanno talora maligni coloro che per loro natura non sono tali, nulla di più logico che accentuino una malignità che si può dire innata. Nell'Italia dojio il ’60, l’abbiamo già visto, il Tommaseo non trova nulla di buono, e pur di sostenere le sue tesi si china fino a raccogliere ed a dare importanza alle parole di un cameriere di corte il quale aveva affermato che «con lo Statuto non si può andare avanti». D’altronde nel suo lavoro di demolizione c’è talvolta della genialità e le sue stesse malignità sono spesso definite geniali dal Ciampini. E ci sono delle osservazioni acute anche nel campo politico, come quando, parlando delFUngheria dei suoi tempi, combatte la credenza diffusa in Italia, cioè «che la differenza tra Austriaci e Ungheresi sia per l’appunto la medesima che tra Austria e Italia», coloro che la pensano così «non s’avveggono che i Magiari, per poter sovrastare alle altre schiatte, di numero più forte, che sono inserte tra loro, han bisogno d’un’Austria. che li regga, e però s’ingegnano di venir seco a patti, e molti sono disposti a patire innanzi di prorompere a guerra». Per tutto l’insieme questa «Cronichetta» — di cui l’Einaudi ha fatto una delle sue nitide e dignitose edizioni — ci appare molto interessante. E’ ben chiaro che qui ogni affermazione del sebenzano va quanto mai valutata e pesata, che come cronaca ha ben scarso valore, ma è anche vero che essa ci aiuta a penetrare neH’aggrovigliata anima del Tommaseo, che getta luce nelle passioni deH’ambiente italiano del Risorgimento, che è un contributo notevole agli studi delle varie fluttuazioni dell’opinione pubblica nostra, quivi compreso quanto in essa vi è di scandalistico e di libellistico. Giuliano Gaeta