IL MUSEO GARZOLINI PROPRIETÀ' NAZIONALE 249 Ebbene: tutte le piccole cose che mantenevano il contatto del grande pubblico con l’arte maggiore, sono state spazzate via dagli amatori stranieri: occorre perciò impedire che quanto è rimasto — forse la parte minore, certo la parte meno cospicua — di questi piccoli oggetti, valichi ulteriormente le frontiere. Ed è quello che ha fatto, dedicandovi tutta la sua vita, di ora in ora dalla giovinezza all’età matura, Eugenio Garzolini. Quella mattina in cui, prima di dedicarsi al suo dovere quotidiano, il giovane maestro trasceglieva fra l’informe ferraglia d’un robbivecchi quella prima chiave dall’opera artificiosa e singolare, decideva della vocazione di una vita: quella mattina nasceva il museo Garzolini. Sembrava il piccolo capriccio del destino, e non era. Quel modesto ferrame lavorato gli dava modo di scoprire la propria vocazione: non era certo il movente esclusivo; se non era quella chiave quella mattina, sarebbe stata una cerniera, un fanale, un mortaio o un coccio un aìtro giorno. Un giorno insomma egli avrebbe cominciata quella campagna che non concluderà (in un avvenire il più remoto possibile, s’intende) che con la vita. Eugenio Garzolini era chiamato ad amare difendere salvare gli umili oggetti che possedessero ancora qualche riflesso di bellezza, qualche sensibile impronta del passato. Egli possedeva in grado eminente il senso delle moltitudini davanti gli umili compagni, inanimati e parlanti, della vita d’ogni giorno. Tutte le collezioni Garzolini, ognuna delle ventimila piccole cose da lui raccolte, portano questo indefettibile segno: un piccolo, magari infinitesimale soffio di bellezza vivente. E tutte insieme riflettono il temperamento il gusto l’anima del raccoglitore. Posseggono in ventimila frammenti il particolare genio di lui. Poiché il Museo Garzolini è la storia quasi compiuta, miracolosamente compiuta, del piccolo oggetto attraverso i tempi: e porta insieme l’imagine di come la concepisca questa storia colui che la compose e la schierò sulle animate pareti della sua villa. E siccome nessuno, si può dirlo con certezza, la conosce questa storia viva quanto la conosce lui, sarebbe veramente augurabile che a lui solo venisse concesso di riordinarla e di fissarla per sempre nell’armonia delle forme e degli stili che il suo gusto sicuro e la sua informata dottrina le diedero. Un dotto visitatore, direttore d’una grande collezione d’arte francese, chiamò la villa Garzolini «un vero museo vivente». Le migliaia d’oggetti mirabilmente schierati sulle molteplici pareti, mentre offrivano in un colpo d’occhio materie sviluppi epoche stili d’ogni famiglia delle collezioni, si fondevano insieme nell’architettura delle varie stanze abitate, e ne ricevevano e vi comunicavano calore di vita, e vi formavano per soprammercato una schietta singolare decorazione. Così si presentava il Museo Garzolini. Sfortunatamente non ora. Necessità di esame, d’inventario, di cernita (qualche centinaio d’oggetti meno significativi o meno conservati furono messi da parte), fecero staccare dalle pareti serrami e bronzi, legni e maioliche e ruppero quella mirabile complicata e sapiente architettura. Per me, dunque, il Museo Garzolini si dovrebbe riorganare dov’era e com’era. Unico o quasi esclusivo riordinatore, chi lo creò. Esso conserverebbe così con il criterio tecnico e storico delle raccolte anche il mirabile gusto e lo spirito di un collezionista d’eccezione, e il carattere dell’epoca in cui il complesso nacque e si compiè. Ma, si opporrà, il Museo Garzolini dovrà continuare e svilupparsi all’infinito: esso comprenderà la storia dell’artigianato italiano d’ogni tempo