86 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO bia «a pensare come un ingegno naturalmente sì elevato, abbia per sistema, per gusto, per dar qualche buffetto sul naso a’ preti, voluto scendere tanto giù, e far il buffone così alla sguaiata». Almeno che il Tommaseo non avesse conosciuto il Manzoni, ma ne aveva avuto benanche, personalmente, la prova della sua grande bontà d’animo! La malignità, quella malignità che gli cresce col passar degli anni, è frutto, almeno in gran parte, di questo suo temperamento intransigente ed intollerante, che però nel suo intimo patisce di tutto ciò che è contrario alle sue idealità. «Povera Italia!» egli esclama nel suo diario il 18 aprile del 1831. «Tutto per te va a finire in ostentazione e in chiassata.» Come dice il Ciampini, egli sente che «la Dalmazia, dove è nato, è una nazione in culla, l’Italia, dove vive, è un popolo in bara». Ci sono dei momenti che sarebbero degni di studio e di raffronto con momenti simili dello Slataper: segni di avvilimento e di sfiducia nelle possibilità della nostra stirpe. «Ammiro le grandi forme, il vivace candore, la serena gravità delle donne del popolo nostro» dice il Tommaseo, 17 ottobre del 1845, durante un suo soggiorno a Sebenico. «Appetto a questa razza, l’italiana è progenie decaduta.» E l’il settembre 1844 aveva detto: «Gli slavi che, meno divisi dalla natura, potrebbero ritemperare le altre genti d’Europa, si gettano ad imitare le imitazioni ultime.» Frequente il confronto fra la razza italiana e la slava gli deve balenare in mente. Il 13 maggio del 1845 scrive dei croati: «Si sentono nazione, e nazione saranno.» E subito dopo: «Ma la povera Dalmazia?» Ed ecco la condanna degli italiani del suo tempo, che è una «disperazione vigorosa, che nasceva da amore e dal tormento di non veder attuati i suoi sogni» come dice il Ciampini (è del 17 maggio 1846): «Abbiamo della gioventù le imprudenze senza il vigore, della vecchiezza i dubbi senza il senno.» Ma passiamo oltre a queste osservazioni di carattere politico che altri, forse, un giorno riprenderà in esame riavvicinandole ad altre del Tommaseo stesso, inquadrandole tutte nel tempo e confrontandole con osservazioni di altri scrittori, presi da simile tormentosa ed eroica disperazione. Ricordiamo ancora come questo diario ci illumini sulla vita del Tommaseo, sia per ciò che riguarda la sua vita privata, compresi i suoi amori, sia per ciò che riguarda i suoi studi compiuti con tenacia senza pari, sia per ciò che riguarda i suoi rapporti con gli altri, quali il Vieus-seux, il Capponi, il Rosmini ed una lunga serie di altri, i cui nomi sono tutti elencati con scrupolo in un indice posto in fine al volume. Ma non possiamo non ricordare il Dall’On-garo ed il Valussi che il letterato se-benzano conobbe a Trieste in un suo viaggio dalla città natale a Venezia e coi quali fu, fino al 1846 a quanto ci é dato conoscere da questo diario che, come ho detto, nel 1846 s’interrompe, più volte in corrispondenza. E ricordiamo pure delle commendati-zie fatte dal Tommaseo per il Queri-ni Stampalia che si recava a Trieste, e la buona accoglienza avuta da quest’ultimo nella nostra città «massime dal buon Biasoletto». E non dimentichiamo infine come da queste stesse note appare come la principale opera politica del Tommaseo fosse diffusa nella nostra città se il 19 giugno del 1852 il Tommaseo faceva questa annotazione: «Settecento esemplari di Roma e il mondo venduti a Trieste.» Settecento esemplari, e venduti, come mi sembra lecito supporre, alla