L’ORA DI TRIESTE NELL’ATTUALE CONFLITTO 293 costituzioni interne e rimetterle sopra una base nuova che le adegui, prima ancora che venga la pace, al sistema degli stati totalitari, dettatori di quella pace. In questa fretta di aggiornarsi primachè scenda il sipario sull’ultimo atto della tragica guerra («tutte le nazioni si sentono ora più o meno incinte ... di corporativismo», dice FAppelius) ; in questa furia di acconciarsi alla meglio almeno la toilette esteriore per meritare qualche riguardo nel momento in cui ciascuno sarà chiamato alla resa dei conti, col relativo saldo, noi vediamo una prova indubbia — e ce ne compiaciamo — che la vittoria dell’Asse è già virtualmente raggiunta, poich’è generalmente aspettata, desiderata, considerata quasi un fatto compiuto. Ma noi abbiamo una ragione più profonda, più intimamente nostra, di compiacimento. Ed è. che nel piano della pace, al quale da tante parti già si lavora, vediamo maturarsi la realizzazione di quel piano verso il quale il nostro irredentismo era già orientato da un pezzo e che doveva necessariamente sboccare nella Rivoluzione fascista. Era scritto che l’ora di Trieste e l’ora della Rivoluzione fascista dovessero coincidere. Nel gennaio del 1919, il giovane Ruggero Timeus, che vi ho già ricordato, scriveva: «Senza gerarchia non c’è Stato e senza Stato non c’è libertà!...: la libertà è un vuoto concetto senza ordine, che insegna all’uomo libero ciò che deve fare per far bene e conservare la libertà, e accetta perciò anche l’ordine e in esso si sente veramente, perfettamente libero. Così tra la Russia, dove impera la tirannia cieca di pochi padroni su molti bruti, e la Francia, dove tutti i bruti comandano e imperversano, il tedesco sente di avere la perfezione, perchè ha Yordine senza la tirannia, la libertà senza la licenza.» «Noi non abbiamo un sentimento di disciplina nazionale, non un ordine tradizionale come lo hanno i tedeschi, noi non abbiamo una dottrina filosofale degli italiani, non auella che si chiama dai popoli germanici — oggi — l’idea dello Stato. Ebbene, per questo non dobbiamo fare la guerra? Dobbiamo farla». «In ogni giovane (italiano) sta in potenza un miserabile, ma anche un gran capitano, un profeta, un gran ministro, un conquistatore». «Il tipo reale dell’italiano è un seme che ha tutte le recondite virtù, tutta la forza inespressa che basta per farne crescere un grande albero». «La guerra porterà per il mondo la sua volontà di dominio, la sua forza vittoriosa, il suo ordine, l’idea della sua razza e del suo Stato». (Scritti Politici, M6-9). E. nell’aprile del ’15, aggiungeva: «La corsa degli armamenti e la f’orsa all’impero dureranno anche domani. Chi si fermerà sarà sopraffatto. chi attenderà sarà schiacciato. Oggi si deve insegnare agli Italiani che la salvezza sta neU’affermazione: che le cmestioni si risolvono con la forza, non con la condiscendenza. Illudersi che, comunque. ci siano delle cruestioni che la guerra odierna potrà risolvere definitivamente è pazzia». (Scr. Poi. 520). A queste idee, dal giovinetto Timeus appena abbozzate nel 1915 e ch’egli non poteva ancora appoggiare con l’esempio della Germania nazionalsocialista di Adolfo Hitler, — esempio assai più