ORIGINI DEL DOMINIO DI VENEZIA NELL’ISTRIA (932-1150) 239 per PIstria, era una sua sacra tradizione. Ma poi si doveva riconoscere tutto il bene che si riceveva nel mostrarsi inclini a Venezia: suoi vassalli però, non mai! Soltanto amici, fratelli, ma liberi, indipendenti, alla pari fra loro e con Venezia. E lTstria sostenne il gioco per circa due secoli nè già per sua abilità politica, chè non ne aveva, nè le sarebbe stata facilmente possibile, ma favorita dal fatto che Venezia doveva essere prudente, doveva procedere adagio, con circospezione per non tirarsi addosso l’ira dell’imperatore legittimo padrone delTIstria. Questa insomma potè profittare della sua strana posizione e della necessità di Venezia di rispettare ciò che era possesso clel-l’Impero. -,*•*** Ma quando questo Impero, uscito malconcio dalla lotta per le" Investiture, squassato da furiose lotte intestine, ridotto quasi all’impotenza, non avrà più peso in Istria nè potrà più far timore ad una Venezia padrona ormai deii’Adriatico, questa non metterà più indugi, non si farà più scrupoli e si getterà suii’lstria per deciderne la sottomissione costringendola a riconoscere in Venezia il suo sovrano. L’Istria, incapace di rassegnarsi, pur di ricuperare la perduta libertà, ricorrerà a tutti i mezzi: all’infrazione di patti, allo spergiuro, al sollevamento dei pirati, e infine alla guerra. Ma Venezia, con grande facilità, saprà vincere ogni resistenza ed imporsi definitivamente raccogliendo così i frutti di due precedenti secoli di fatiche, di pazienze, di lotte! La città che più facilmente si rassegnò ai nuovo stato di cose fu Capodistria. Pola invece fu la città istriana che da Venezia rimase veramente schiacciata. Essa sopporterà il giogo di Venezia con troppo dispetto, con troppa indignazione e in seguito sarà sempre la città istriana più irrequieta, la prima ad approfittare d'ogni minimo evento per tentar di saltar su, di strapparsi dalle catene veneziane. Con Pola Venezia avrà ancora molto da lottare prima di poter dire (se ciò mai fu) di averla convinta al suo dominio. I DOCUMENTI Degli undici documenti che qui presentiamo, i primi dieci sono tolti dal Codice Diplomatico Istriano edito a cura del Kandler, l’ultimo è uno squarcio tolto dalla Cronaca del diacono Giovanni. Redatti in un latino corrottissimo, questi documenti riescirebbero interessanti anche dal punto di vista linguistico qualora si sottoponessero ad un severo esame biologico. Noi qui ci limiteremo ad osservare che, mentre i documenti A, B, C, rispettivamente del 932, del 933, del 977, sono redatti da diaconi, cioè da ecclesiastici, gli altri documenti posteriori (del 1145 e del 1150) sono scritti da notai o giudici cioè da laici. Questo ci dice che, mentre prima del 1000 la cultura era patrimonio esclusivo della Chiesa, dopo il 1000, col rifiorire dei comuni, questa cultura tende a diffondersi, a creare anche un ceto colto laico il quaìe anzi è portato a rinnovare, a rinfrescare questa eredità: c’è infatti, nei documenti posteriori al 1000, uno sforzo atto a migliorare la espressione latina, vi si nota appena un principio di superamento delle rozzissime forme che questa lingua presenta nei tre primi nostri esemplari. Questi undici documenti, che noi abbiamo divisi in paragrafi per mag-8ior chiarezza, sono: DOCUM. A anno 932 - Capodistria promette al Doge di Venezia una annua onoranza di cento anfore di vino. IH)CUM. B anno 933 - L’Istria, con a capo il suo Marchese, chiede pace a nn^TTi, Venezia. nnrr ^ anno 977 - Nuovo atto di pace fra Capodistria e Venezia. 1 D anno I145 " Capodistria giura fedeltà a Venezia. UCUM. E anno 1145 - Pola giura fedeltà a Venezia.