272 BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO «lampa sul volto deH’uomo ohe sente rombare vicino a sè l’ala della morte ... E questa non è paura, non è sbigottimento: è l'ora in cui l’anima si stacca dalla carne e ne vince il ribrezzo». L’A. è pienamente conscio dell’altezza del suo compito, della responsabilità che incombe sull'ufficiale, per aver egli in mano l’esistenza dei suoi uomini, che cercano negli occhi di lui guida, conforto, salvezza. E con che infinita devozione il soldato ricambia l’affetto che il superiore gli porla! Narra l’A. che un semplice, coraggiosissimo contadino scoppiò a piangere un giorno in cui la trincea era più del solito allagata. All'ufficiale, meravigliato, disse : «Non per me piango, ma per te, che devi soffrire molto per l’acqua. Tu sei un signore e non sei abituato, io sì, perchè sono un contadino». Note pittoresche e vivaci non mancano nel tragico quadro: trombe, tromboni, tamburi, e perfino galline portate in trincea dai fantaccini; cacce notturne a maiali fuggiti da fattorie distrutte, ai quali si accompagna una dispettosa scimmietla; soldati intenti a scrivere con matite copiative cartoline laboriose, stentate, sgrammaticate alla famiglia lontana, e pieni di impaziente attesa quando s’avvicina t’ora della posta; uomini che, sulla soglia della morte, esprimono in battute ingenue e spiritose il loro imperturbabile buon timore. Uno dei passi più belli e che meglio richiama il raffronto con le Mie Prigioni, ci mostra l’A. generoso, umano, senz’ombra di odio verso il nemico : «... vidi uno, due, tre soldati austriaci sbucare dal rovescio del Podgora e poi, con grandissima circospezione, attraversare strisciando la strada ferrata e sparire dietro un casello ferroviario. La carta segnava che In quel punto doveva esserci acqua. Ebbi pietà di quegli uomini assetati, dissi rivolto ai soldati: Noi abbiamo ordine di non sparare. Stiamo alla consegna. Lasciamoli dissetare. Sono uomini che per ora non nuocciono». Gli avvincenti capitoli del Diario ci narrano la meritata promozione del Reina a capitano, una sua avventura che poteva volger male, allorché fu creduto una spia austriaca, l’epica battaglia del San Michele. La presa, perdita e riconquista della posizione di Boschini son descritte con tragico verismo. Là egli, ferito a una spalla è costretto, con dolore morale soverchiente assai quello fisico, a lasciare il fronte. Si chiude l'aureo Diario con il ricordo pieno di commossa gratitudine che l’Au-tore dedica alle persone dalle quali ebbe cura e conforto nelle sue soste agli ospedali di Palmanova, Bologna e Roma. In questa città la Regina Margherita aveva ceduto parte della Sua dimora ai feriti, che irraggiava con la Sua benefica, luminosa presenza, visione altamente consolatrice dopo gli orrori sofferti. Ho riletto le Memorie della guerra cosi ben vissuta e descritta dal Reina, a venticinque anni di distanza, pochi giorni dopo l’intervento dell’Italia nel nuovo conflitto europeo. Alcuni passi mi appaiono di palpitante attualità; in altri ritrovo taluni altissimi ed eterni valori del popolo nostro; ovunque e soprattutto con sollievo constato che l’attuale guerra, meglio preparala e condotta, è causa di minor sacrificio e sofferenza per i nostri combat-tenti. Nel libro del Reina appare tulla l'impreparazione della guerra nel 1915, allorché i nostri furon mandati «nudi .contro un nemico armato fino ai denti», e fatti combattere «alla garibaldina, armati solo di fede e di passione... Ogni metro di terreno aveva il suo brandello di carne, era stato conquistato col sangue». Scrive ancora l’A. «Noi eravamo gli uomini senza una mèla ultima, definitiva. Conquistavamo una trincea e subito un'altra ne trovavamo di fronte, e poi un’altra e una altra ancora». Ed ecco la immobile, esasperante vita di trincea: «I soldati cominciavano ad essere nervosi, inquieti, frementi. Qualcuno s’affacciava al parapetto della trincea, .scoprendosi con tutto il petto. Tosto però veniva fatto rientrare dai vicini e dai graduati, con rimproveri aspri. Ma non era possibile ottenere che stessero fermi al loro posto. Non potevano. I nostri soldati non erano fatti per la guerra di trincea. Sapevano, comprendevano che per la loro sicurezza e per quella del reparto cui appartenevano era necessario non scoprirsi mai, ma il tedio, la smania li vinceva, e quasi senza volerlo, istintivamente si muovevano, cambiavano posizione, si mostravano. Era forza irresistibile, contro la quale non ci si poteva opporre .che per poco tempo. Il soldato italiano ha troppa personalità per annullarla, troppa irrequietezza per padroneggiarsi. Gli austriaci, invece, non si scoprivano mai, non si vedevano mai. Più d’una volta, nel corso della campagna, quando la morte veniva invisibile, di là dalle nostre linee, qualche soldato disperatamente esclamava : Oh ! la guerra schifosa ! Io sarei contento di morire, ma prima vorrei vedere un austriaco». E poi : «11 caldo soffocante ci bruciava, c’inaridiva. La sete ardentissima ci tortu-