BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 135 un secolo di vita, abbia dovuto spegnersi. Per la storia cittadina, dunque, essa merita la calda e documentata rievocazione di questo studio. Lo scrittore ne traccia rapidamente la storia. II fondatore di questa fabbrica fortunata, e il più geniale costruttore, è Antonio Pelizon il Vecchio. Goriziano della provincia s’era venuto a stabilire ben presto in città: forse ve l’aveva condotto ancora in tenera età il padre. Visse a lungo: dal 1763 al 1850. Dei suoi ottimi violini viole e violoncelli restano esemplari di alto valore a Gorizia, e in altre città italiane e perfino all’estero. Di lui intenditori • e critici musicali s’occuparono molte volte, e con le più onorevoli testimonianze di lode. Il vecchio Pelizon seguiva la scuola degli Amati (cremonesi, tutti sanno, come gli Stradivari) ma con caratteristiche e predilezioni proprie: chiara prova ch’egli non era un semplice imitatore, ma possedeva una fisionomia originale e viva. Ini questo studio si determinano i caratteri degli strumenti, le differenze con la produzione affine, e i più celebrati pezzi ancora esistenti. Alla storia del vecchio Pelizon, segue quella dei figli Giuseppe (1800-74), Antonio il Giovane, Carlo e Filippo, con il quale nel 1897 si spegne la modesta ma non ingloriosa famiglia. Remigio Marini RANIERI MARIO COSSÀR - L’arte peli reiria goriziana - Gorizia, 1940. Osserva l’autore che non v’era in passato, si può dire, casa patrizia nel Goriziano che accanto al vasellame magnifico d’argento, non possedesse quello, più modesto ma numeroso e non privo di gusto, di ottimo peltro. Era il vasellame che qualche generazione addietro formava le batterie d’ogni cucina popolana. Gorizia ne possedeva fabbriche avviatissime, e la bontà e la scelta del metallo le avevano rese famose. La storia del nostro artigianato non poteva ignorarle e il Cossàr, che conosce a fondo la storia della piccola industria istriana e friulana, sulla quale ha scritto molti interessanti studi, ha vo-hito raccontarcene in questa operetta le vicende. Se le prime notizie d’un’arte peltraria goriziana non risalgono oltre il ’600, giustamente l’A. pensa ch’essa rimonti a una epoca parecchio anteriore e forse ai tempi della Gorizia comitale. Comunque il Primo nome noto fra i molti peltrai della città friulana è quello di Andrea Planisig, cameraro della Chiesa di Quisca. Preferiva questi la creazione di piccoli eleganti arredi per il culto. Ma il secolo d’oro dell’arte peltriera goriziana resta sempre il XVIII. Essa raggiunse allora la più perfetta espressione e volle eompetere con le più squisite cose che escivano dalle famose botteghe della ceramica settecentesca di Venezia e del Veneto. Siamo nel regno della grazia, nel quale predominano il teatro e il salotto, la conversazione e la musica, fra cui trionfa deliziosa e sovrana la dama, scintillante d’eleganze e di spirito, del più seducente dei secoli. Dire che i peltri goriziani sono degni di questa epoca aurea, significa farne il più efficace degli elogi. Lo scrittore cita e commenta gli atti pubblici che si riferiscono alla pubblicazione, i quali dimostrano già da soli l’importanza ch’essa rivestiva nell’economia e nel costume del tempo ; ricorda i nomi dei più celebri artigiani, come il Prini, il Naida, il Perino ; segna le fasi dell’evoluzione peltraria e la decadenza nell’ ’800 quando la fine porcellana da un lato, l’umile latta dall’altro sottentravano nel dominio già incontrastato dello stagno. Cosi a poco* a poco dalle vetuste rastrelliere delle cucine friulane i, nobili peltri discenderanno ad occupare il più malinconico ma dignitoso riposo delle vetrine d’un collezionista o delle bacheche d’un museo. Remigio Marini GIOVANNI FLETZER, Prima terra, Genova, Edit. Emiliano Degli Orfini, 1939-XVII; pp. 43 (1/7). La poesia di Giovanni Fletzer nasce dentro quel fragile sentimento che è l’amore di gioventù e dentro anche quella malinconia, talora credula e falsa, che sorge quand’esso è finito. Una forma di nostalgia verso questa vita giovanile, non poco selvaggia, goduta senza averne quasi coscienza, ma pur tanto bella, anzi, forse più bella oggi che ieri, quand’era vissuta e perciò non si poteva conoscerla, pervade tutte le liriche di questa Prima terra. E di qui quell’accento aspro ed accorato insieme che la penetra, attraverso persino reticenze o piccole zone lacunose.