290 FERDINANDO PASINI dannosi che paralizzavano o intossicavano la nostra vita di irredenti, di una società umana dove i popoli potessero vivere accanto ai popoli collaborando ai fini di un benessere collettivo. Era la visione accarezzata dai socialisti, ma propagandata con metodi cosi inetti, imperniata sopra un concetto della nazionalità così sbagliato e puramente negativo, imbevuta di uno spirito così antisociale come quello della lotta di classe, facile sempre a degenerare in odio di classe, che ci volle la tremenda esperienza della guerra mondiale — per dimostrarne la falsità e la irrealizzabilità, — per disperdere le illusioni diffuse e nutrite più o meno in buona fede, — per ricondurre a una contemplazione più. serena della realtà oggettiva. À noi, fedeli dell’irredentismo, non occorsero evoluzioni ideologiche per ritrovarci subito nel fascismo. Bastò che continuassimo ad essere quello che eravamo sempre stati, per meritare alle nostre terre d esser liconosciute come «la culla del fascismo», secondo la definizione di Luigi Federzoni. Non aveva, ai 27 agosto 1914, appena scoppiata la guerra mondiale, non aveva Ruggero Timeus, un giovane triestino di ventidue anni, lanciato questo superbo incitamento, indirizzandosi al Re Giovine? «E’ suonata l’ora. La fortuna ha concesso che la vittoria possa diventare più luminosa, la conquista più grande. Oggi a Lui sta di decidere non più le sorti della città (Trieste), ma il destino dell’Europa. A Lui non solo il compiere l’opera del riscatto iniziata da Carlo Alberto; ma iniziare una grandezza tutta nuova che nella storia porterà il Suo nome. Oggi non solo può ingrandire il Regno, ma fondare l’impero». (Scritti Politici, 296-7). Con questa larghezza di orizzonti era vista, era sentita da noi la guerra mondiale del ’14. Ma nel ’15 non era suonata Fora di Trieste come la intendevamo noi. L’ora di Trieste doveva suonare appena nel 1940, con la dichiarazione di guerra dell’Italia fascista alla Gran Bretagna ed alla Francia. Questa è la nostra guerra, più nostra di quella che fu scatenata un quarto di secolo fa nel nome stesso di Trieste e di Trento. Poiché noi non avremmo mai potuto considerare esaurito il compito della guerra mondiale, finché, dopo chiuse e assicurate le frontiere nordorientali, fossero rimaste ancora aperte le frontiere alpine occidentali. E dopo il problema delle frontiere terrestri, doveva risolversi il problema delie frontiere marittime. II mare Adriatico era un polmone dell’Italia, eravamo soliti affermare, ma non abbiamo mai pensato di dire che l’Italia, per respirare, dovesse accontentarsi di un polmone solo. Il libero possesso dell’Adriatico, di tutto l’Adriatico, era per Nazario Sauro «assolutamente necessario anche per l’ordinaria navigazione mercantile» dell’Italia. Fintantoché l’Italia non ne fosse liberamente, interamente padrona, essa si sarebbe trovata sempre «nel mare nostrum in una posizione subordinata nei riguardi marittimi commerciali». Vi ho citato parole di Nazario Sauro, che si leggono nella «motivazione» della sua condanna a morte, riportate dai giudici austriaci che bene intuivano quanto lungi mirasse l’azione del martire istriano. Nel raggio della sua azione egli aveva incluso anche l’Al-